Quelli che dissero “Si”,…

Dai lager nazisti all’esercito di Mussolini: gli internati militari italiani che aderirono alla Repubblica Sociale Italiana

[…] “Optanti”: un problema eluso? La questione degli “optanti” – così definendo, per brevità, quei militari italiani catturati dopo l’8 settembre 1943 che scelsero di collaborare coi tedeschi e/o di aderire alla Repubblica Sociale Italiana – è talmente spinosa che di essa si è sempre parlato e scritto pochissimo, e quando lo si è fatto ciò è avvenuto per lo più in contesti mirati a rimarcare, per via negativa, il carattere plebiscitario della resistenza alle proposte d’adesione: l’esiguità del numero degli optanti, insomma, serviva ad amplificare la portata del rifiuto, rendendolo il più delle volte schiacciante.

Da qualche decennio la storiografia più matura si è resa conto che la quantificazione delle adesioni alle forze armate germaniche o repubblicane da parte di militari internati continua a costituire un problema irrisolto, aggravato per di più dalla «inadeguatezza delle cifre ufficiali ripetute per 40 anni senza alcuna verifica, per una retorica patriottica che (…) finisce con lo svalutare il significato della fedeltà della gran maggioranza dei soldati»1 .

Fu Roberto Battaglia tra i primi ad azzardare, nella sua Storia della Resistenza, alcune cifre largamente imprecise: I nazisti promisero il ritorno in patria a chi avesse rotto il vincolo del giuramento e avesse accettato di portare le armi agli ordini della pseudo repubblica di Salò; la quasi totalità, e precisamente il 98,97% dei prigionieri di guerra rifiutò l’offerta2 .

Il Ministero della Difesa da parte sua ha sempre affermato che le adesioni alle forze armate della Rsi non superarono il 2%, ma tale cifra appare palesemente incongrua rispetto alla percentuale, più realistica, di circa il 10% d’adesioni tra i sottufficiali e militari di truppa e di circa il 30% tra gli ufficiali, tenendo anche presente che tra i circa 15000 disertori delle quattro divisioni addestrate in Germania per l’esercito di Mussolini, la maggioranza, secondo fonti della Repubblica Sociale, proveniva dai campi d’internamento.

Una stima ampiamente e rigorosamente documentata, per quanto provvisoria, delle adesioni degli ufficiali è stata proposta da Claudio Sommaruga al Convegno di studi del 19853 . Ancora oggi, però, in un libretto divulgativo edito dalla Pubblicistica della Difesa viene fornita la cifra del 2-3%4 .

Le motivazioni che spinsero a aderire alla Rsi, peggio ancora che misconosciute, furono un po’ semplificate da una storiografia in generale già di per sé poco incline ad occuparsi delle vicende dell’internamento dei militari, e nella fattispecie impostata – sotto i profili contenutistico e metodologico – da memorialisti e studiosi legati alla benemerita Associazione Nazionale Ex Internati (Anei), quasi tutti ex-Imi anch’essi, e non di rado elementi di punta della più gloriosa resistenza antinazista nei diversi lager (alcuni nomi: Pietro Testa, Vittorio Emanuele Giuntella, don Luigi Pasa, Giuseppe de Toni, Claudio Sommaruga, Paride Piasenti, Max Giacomini). Dal canto loro gli optanti, per motivi che non è difficile intuire, non hanno espresso una memorialistica quantitativamente significativa, preferendo piuttosto tacere dei propri trascorsi.

Chi si è dedicato alla ricerca sugli Imi in tempi successivi, soprattutto se ha portato le stellette e ha quindi sentito la necessità, più o meno esplicita, di ancorarsi a una deontologia militare forte, è stato spinto per forza di cose a identificarsi spiritualmente con i resistenti, per quanto sconosciuti e senza medaglia, cioè con coloro che hanno sofferto sino in fondo per testimoniare i valori dell’etica militare; al contrario, ogni forma d’interesse per gli “antieroi” è stata rimossa forse anche per una sorta di processo psicologico secondo cui l’individuo tende inconsciamente ad evitare di porsi di fronte ai dubbi che investono anche la sua coscienza.

La conseguenza di ciò è una conoscenza piuttosto incerta sulle vicende e sulle motivazioni degli optanti, aggravata dalla prospettiva di riuscire difficilmente ad aggiungere nuovi tasselli a una storia che avrebbe tanto bisogno di essere indagata meglio. Con questo contributo – sostenuto da una testimonianza inedita e di particolare interesse – vorremmo appunto cercare di aggiungere un tassello forse non inutile alla ricerca sugli optanti, giammai nel proponimento di “giustificare” o “legittimare” in alcun modo coloro che dettero il loro apporto alla causa nazifascista, ma con l’intento di rispettare con identica pietas tutte le scelte di tutti prigionieri, senza giudicare nessuno, e tenendo conto che nella tregenda seguita all’8 settembre 1943 pressoché nessun militare in servizio, indipendentemente dalle diverse strade poi intraprese, fu immune da sofferenze e angosce.

VERSO IL NUOVO ESERCITO REPUBBLICANO Com’è noto, il desiderio di Mussolini di ricostituire un esercito fascista risulta già dai primi colloqui intercorsi con Hitler dopo la liberazione dal Gran Sasso, e parimenti è documentata la diffidenza in proposito di Hitler , più preoccupato che la restaurazione del fascismo non fosse disgiunta da una vendetta feroce verso i traditori del 25 luglio. Accingendosi all’opera d’organizzazione del nuovo Stato, il 15 settembre Mussolini, dopo aver informato gli Italiani di aver ripreso la guida del fascismo in Italia e preannunciato il nuovo assetto istituzionale, emanò tra gli altri un ordine del giorno col quale disponeva che le autorità militari e istituzionali in genere dovevano riprendere immediatamente servizio; con l’O.d.G. n. 7 del 17 settembre, inoltre, il Duce scioglieva gli ufficiali delle forze armate dal giuramento prestato al re , ed il giorno seguente (18) nel suo famoso discorso radiofonico annunciava l’intenzione di «riprendere le armi a fianco della Germania, del Giappone e degli altri alleati» e di «preparare senza indugio la riorganizzazione delle nostre forze armate attorno alle formazioni della Milizia» .

Il Consiglio dei ministri, nella sua prima riunione del 27 settembre deliberò l’istituzione delle forze armate della Rsi, con l’esercito inquadrato nella Milizia. Il 9 ottobre il Maresciallo Graziani era in Germania per definire le modalità di ricostituzione dell’esercito e dell’arruolamento, dopo aver avuto mandato da Mussolini di concordare che le prime quattro divisioni (su un totale di 25 complessivamente ipotizzato) fossero formate esclusivamente da internati militari volontari.

Hitler si dimostrò scettico, ritenendo quelle truppe oramai stanche di combattere, e in ogni caso fece divieto a Graziani di recarsi nei campi per tentarne l’arruolamento. Il 15 ottobre fu diffuso l’ordine di Hitler per l’arruolamento degli internati militari per la costituzione di formazioni militari italiane.

Il 16 il colonnello Emilio Canevari e il generale Walter Buhle stesero il protocollo d’intesa riguardante la ricostituzione delle forze armate italiane: gli elementi sarebbero stati reclutati da una commissione mista nei campi d’internamento tedeschi, e le divisioni sarebbero state rafforzate dalla chiamata alle armi in Italia10. Le quattro divisioni (Monte Rosa, Italia, San Marco e Littorio) sarebbero state equipaggiate, armate e istruite a cura del Quartier generale tedesco, in campi militari in Germania. In seguito – in base a tali accordi, e in previsione di una consistente adesione che non si realizzò – il numero delle divisioni sarebbe dovuto salire a otto e poi addirittura a dodici.

Il 27 ottobre fu approvato dal Consiglio dei ministri il testo di legge sullo scioglimento e la ricostituzione delle forze armate, di cui veniva garantita per legge l’assoluta apoliticità (fomentando così ulteriormente il dissidio in atto tra Graziani, propugnatore dell’apoliticità come garanzia di militarità, e l’intesa Ricci-Pavolini, favorevoli invece a un esercito di partito)11 . «Io mi sentirei disonorato – aveva affermato Mussolini in novembre – se fra tanti internati non si trovassero 50000 volontari per costituire queste quattro divisioni»12. 50000 volontari non si trovarono, in parte per la resistenza opposta dagli Imi, in parte per l’aperto ostruzionismo dei tedeschi, che avrebbero dovuto sostenere l’onere per il loro armamento ed equipaggiamento, ed invece continuavano a diffidare di quelle truppe, il cui apporto lavorativo di tipo schiavistico sarebbe stato più utile all’economia del Reich, e preferivano piuttosto il reclutamento di nuove leve in Italia, scontrandosi in questo con la riluttanza di Mussolini ad inviare le classi più giovani al corso d’addestramento in Germania, con la paventata conseguenza di produrre diserzioni degli stessi coscritti timorosi di finire nei lager, e in generale un effetto negativo nel morale della popolazione13 . In questa situazione complessa e contraddittoria furono avviati, già nei luoghi del disarmo e nei primi campi di smistamento, i tentativi volti ad ottenere l’arruolamento nelle formazioni militari (SS-Italiane14 e costituende divisioni repubblicane) o l’adesione volontaria alle proposte di lavoro.

PERCHÉ SI “OPTAVA”? Le adesioni al lavoro e le opzioni alle forze armate della Rsi si spiegano in più e diversi modi. Sostenere che le opzioni si dovettero al solo scopo di “salvare la pelle” o di “uscire dalla fame” è sostanzialmente corretto ma tutt’altro che esaustivo, per quanto la stessa memorialistica degli optanti abbia insistito, forse in maniera un po’ conformistica e auto-assolutoria, su queste motivazioni. Le adesioni in effetti dipesero anche da meccanismi non subito evidenti a tutti, tra i quali il condizionamento del gruppo, la pervasività delle pressioni, una certa idea di etica militare.

La prima proposta di proseguire a combattere con le forze dell’Asse fu fatta già all’indomani dell’8 settembre ovunque i tedeschi fossero riusciti a normalizzare – con o senza scontri armati – la situazione: per gli ufficiali si trattava della prima di una lunga serie di sollecitazioni alla collaborazione, mentre per sottufficiali e truppa costituiva una delle poche possibilità offerte prima di essere avviati al lavoro obbligatorio (come del resto previsto dalle Convenzioni internazionali).

Il tenente colonnello Francesco Viviani, comandante del II Battaglione del 331° Reggimento Fanteria di stanza a Rodi, rimasto dal 13 settembre al 30 ottobre nel Centro raccolta di militari, annotava nel suo diario che alla data del 13 settembre nel suo battaglione aderivano al bando d’arruolamento emanato dai tedeschi 5 ufficiali su 33, e 93 tra sottufficiali e truppa su 842, e che già il 17 ottobre aveva luogo la cerimonia ufficiale di riarmo degli stessi militari aderenti alla Repubblica, i quali prestavano poi giuramento il 26 novembre: a comandarli era lo stesso colonnello Manna, già comandante del 331°. Diversamente a Podgorica le richieste d’adesione avvenivano, con certo sforzo coreografico, in una stanza interamente colorata di rosso, dove campeggiavano una grande bandiera nazista e la foto di Hitler: la maggior parte rifiutò, e i pochi che aderirono furono vestiti con la divisa tedesca e impiegati come autisti.

Si calcola che degli 810000 militari italiani disarmati dai tedeschi, nei giorni immediatamente successivi alla cattura 14000 abbiano optato come combattenti e 80000 come ausiliari del lavoro. Appare troppo semplicistico sostenere che a compiere la scelta fossero gli ufficiali di fede fascista o comunque politicamente più inclini al fascismo. Ad agire in tal senso dovevano valere probabilmente anche altri fattori: per gli ufficiali superiori o di carriera il timore di perdere le funzioni di comando, o il desiderio di acquisirne di più prestigiose attraverso l’alleato germanico (si veda il caso del citato colonnello Manna, prontamente messo a capo dell’Ispettorato Italiano dell’Egeo Orientale); per gli ufficiali inferiori, sottufficiali e truppa l’esempio dei superiori e dei più anziani; il timore della ritorsione dei tedeschi; la possibilità di continuare a garantirsi una paga; e per tutti, in linea teorica, il desiderio di non interrompere le operazioni militari contro gli Anglo-americani mantenendo fede a una generica deontologia professionale militare.

Nel caso descritto da Viviani le prime adesioni avvennero in un campo di raccolta costituito in Rodi; nel caso invece di militari catturati nel continente il più delle volte essi furono speditamente avviati verso i lager dell’Europa centrale od orientale, per ottenere le adesioni dopo aver inflitto loro il primo devastante approccio con il sistema concentrazionario germanico: la deportazione sui carri-bestiame. Altre proposte furono fatte nei primi due, due mesi e mezzo del nuovo anno 1944, dopo i tormenti dell’inverno in baracca, e dopo la definitiva sistemazione giuridica dei prigionieri italiani secondo l’ormai nota (illegale e illegittima) qualifica d’Internati Militari Italiani19. Generalmente dopo il marzo 1944 le uniche proposte di collaborazione riguardarono soltanto il lavoro volontario, che rappresentava la forma di ausilio più gradita per i germanici, a quella data oramai definitivamente disillusi in merito all’esercito di Graziani.

Dei 716000 a cui fu attribuita la qualifica di Imi, 43000 optarono nei lager come combattenti, e 60000 come ausiliari inquadrati nei Battaglioni lavoratori militarizzati. Fatta la prima scelta, i militari rimasti – la stragrande maggioranza, non ancora determinata alla resistenza né tanto meno consapevole del proprio ruolo – furono avviati celermente verso i lager. Lì avvenne un fenomeno sicuramente significativo di adesioni alle forze armate della Rsi e al lavoro volontario, che cercheremo di spiegare facendo ricorso alla memorialistica.

In primo luogo va considerato, come elemento essenziale e decisivo per tutte le adesioni, il contesto ambientale. Il trattamento riservato ai prigionieri italiani, per quanto ispirato dal desiderio di vendetta per il presunto “tradimento”, era volto ad ottenere la collaborazione “volontaria” della massa degli ufficiali, senza dar luogo a troppo palesi violazioni delle Convenzioni internazionali: la firma di sottoscrizione in calce alle formule di adesione garantiva in tal senso una parvenza giuridica all’operazione, e anche, per il meccanismo psicologico della “coerenza”, a confermare e trattenere il prigioniero nella scelta compiuta. Spettava poi all’autorità germanica, in base anche agli interessi contingenti dell’economia locale, consentirne l’arruolamento nelle forze armate della Rsi (se richiesto) o deciderne l’avvio al lavoro volontario. Fu determinante nel provocare il crollo morale di molti il meccanismo del peggioramento progressivo, ovvero del passaggio (non sempre intenzionale, ma neppure casuale) a campi in cui vigevano situazioni sempre peggiori, come in una sorta di dantesca discesa infernale, con la conseguenza di contribuire a ingenerare la convinzione che l’unico modo di risalire i gironi fosse quello di aderire. Il tenente Aldo Gal – animatore della resistenza in più campi – rimase impressionato, dopo il trasferimento degli ufficiali inferiori da Czestochowa a Przemysl, dall’inasprimento delle condizioni di vita, al punto da scrivere: «Il periodo più confortevole doveva finire per noi».

Il gruppo degli ufficiali giunse a Przemysl il 31 ottobre ‘43, e già nella prima decade di novembre cominciarono a verificarsi casi di Tbc, spossatezza, emicranie, aggravate dal freddo sofferto in maniera più intensa sia per l’avvicinarsi dell’inverno sia per l’intenzionale reiterazione a scopo punitivo, per più volte nella stessa giornata, dell’appello sotto la neve o la pioggia. Al contempo aumentavano le riunioni per la propaganda di adesione: «Il nemico aveva concentrato il suo massimo sforzo in questo periodo. Nella metà novembre e dicembre 1943 ci furono anche due riunioni in una settimana». La propaganda non tardò a provocare i suoi effetti: la mia statistica sugli aderenti dava un notevole aumento; infatti risultava di cinque aderenti a Thorn, quattro a Czes[to]chowa e seicento a Przemysl.

[…] In questo giorno [29 dicembre] ci fu il massimo trasferimento di “optanti” al campo di Picolizza e la più lunga discussione con i colleghi sul dovere, sull’ideale, sulla dignità, il comportamento, il nostro stato, ecc.,…23 Ma ciò non basta. A spingere verso la resistenza o la collaborazione erano anche gli esempi dei superiori e delle figure più in vista o più notevoli tra gli stessi internati, a partire da cappellani e medici. Costoro, se orientati verso l’adesione, erano in grado di esercitare dall’interno del gruppo pressioni rilevanti, e in maniera continuata, in definitiva assai più influenti delle concioni dei propagandisti di turno. Ha invece una collocazione assolutamente atipica, per senso di responsabilità quasi penitenziale, squisitamente cristiana, da terziario francescano quale egli era, l’esortazione (beninteso molto discutibile) che il tenente colonnello Francesco Viviani rivolgeva agli ufficiali più giovani: Ho sempre consigliato ai miei giovani sottotenenti di aderire alla Rsi e di tornare in Italia perché toccava a noi vecchi pagare per gli errori commessi, e non a loro.

A testimoniare la varietà e la diversità delle esperienze, si aggiunga che alcune infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana, già in servizio sulla Nave Gradisca, in risposta alla loro richiesta di potere continuare ad assistere i soldati italiani furono sollecitate da un generale tedesco a sottoscrivere una dichiarazione d’impegno volontario a beneficio dei militari e dei feriti dipendenti dalla Rsi: dopo animate discussioni, nelle quali intervenne anche un cappellano a illustrare «i lati positivi» dell’opzione, cinque su dieci alfine firmarono, e a rimpatriare furono le non optanti, mentre le aderenti proseguirono la loro attività assistenziale pur rifiutando di vestire l’uniforme tedesca. La scelta di parte delle crocerossine fu, quindi, una scelta ispirata dal desiderio di vivere «donando amore, coraggio ed assistenza»26 . Ad Hammerstein operava una propaganda filonazista altrettanto martellante che a Przemysl, che veniva condotta anche da ufficiali italiani e, soprattutto, dal medico del campo: il 27 febbraio 1944, rivoltosi all’infermeria dopo essere stato azzannato al ventre da un cane aizzatogli contro dai tedeschi, il sessantatreenne tenente Leone si sentì confortare dal medico italiano con le parole «Aderite al lavoro e non vi capiterà più di esser morsicato!».

La traduzione a Hammerstein di un primo gruppo d’ufficiali – con partenza il giorno 11 e arrivo il giorno 14 gennaio – peggiorò ulteriormente la situazione: proprio in quel campo (Stalag II B) qualche mese prima erano morti di tifo petecchiale 20000 russi.

Non è un caso, forse, che molti degli ufficiali che ancora poche settimane prima a Przemysl non avevano aderito, l’abbiano fatto proprio a Hammerstein. Nello Stalag 327 di Przemysl aveva infatti esercitato grande influenza morale, in senso resistenziale, il colonnello Luigi de Micheli, che fungeva di fatto da comandante italiano nonostante tale ruolo fosse rivestito nominalmente dal più anziano parigrado Capone. A queste considerazioni si aggiunga che Hammerstein (dove il 16 gennaio giunse un secondo convoglio con circa altri 7-800 ufficiali inferiori provenienti da Przemysl) era un campo più duro di Przemysl, a partire dalla razione alimentare, e che la propaganda intensificò gli sforzi sull’adesione al lavoro volontario, che ovviamente riduceva moralmente, nelle coscienze meno forti, la gravità dell’adesione: «Si parla ora di adesione al lavoro con una formula simile a quella dell’arruolamento alle “S.S.” e alle forze armate».

I primi giorni di marzo a Hammerstein furono decisivi: soltanto il 1° del mese nel primo blocco aderirono in 230 (30% circa) e nel secondo blocco in 550 (il 75-77%), e per l’intera prima quindicina del mese «tutto il campo “balla” come una barca sul mare burrascoso». A molti internati, per quanto già adusi al “sistema del lager”, provocò grande impressione il primo approccio col campo di Biala Podlaska, per il degrado morale che vi regnava e per la faziosità filo-nazista del fiduciario e degli ufficiali a lui più vicini: ciò che determinò l’elevatissima percentuale di adesioni in quel campo. Ancora, ad agire contribuì la solitudine morale e l’abbandono a se stessi33 . Inoltre l’esempio degli ufficiali che, avendo già aderito, erano celermente rimpatriati (o si credeva che lo fossero stati).

Ancora, ebbero indubbiamente una certa efficacia anche le visite dei propagandisti della Rsi, più che per la causa da loro propugnata per le improbabili promesse che dispensavano, o per le calcolate dispensazioni di cibo35. Un altro elemento da tenere in seria considerazione è l’influenza del micro-gruppo d’amici e colleghi stretti del quale ciascun ufficiale faceva parte, e che si costituiva secondo elementi diversi, quali l’appartenenza a un medesimo Corpo, la provenienza regionale o di reparto, la simpatia reciproca.

Il 2 marzo 1944 era la data ultima (poi in effetti prorogata) stabilita dai tedeschi nel campo di Hammerstein per le adesioni al lavoro e per le opzioni alle forze armate: il fiduciario del 1° Blocco, Giuseppe de Toni, osservò al proposito che le decisioni sono quasi sempre collettive, per gruppi di tre-quattro e più. Una camerata (la 21), quasi al completo, aderisce… Influirono altresì in maniera più o meno rilevante a seconda dei casi e delle situazioni: i reiterati annunci, da parte dei tedeschi, dell’imminente chiusura della raccolta delle opzioni, e quindi dell’impossibilità di decidere per il futuro; l’incertezza sulle future conseguenze della scelta resistenziale38; la morte di colleghi stroncati dalle malattie, i cui funerali erano tollerati e – se mi è consentito – forse anche sapientemente organizzati dal comando tedesco allo scopo preciso di innescare una catena d’opzioni, soprattutto tra gli internati già in condizioni di salute precaria; il non avere ancora prestato giuramento; la consapevolezza della sorte toccata agli ebrei quale monumento perenne alla ferocia nazista41; la mancanza di un’assunzione precisa di responsabilità, in senso resistenziale, da parte dei cappellani; la capziosa, e auto-assolutoria, distinzione tra i doveri morali dell’ufficiale in servizio permanente effettivo e quello di complemento; l’altrettanto improbabile, e auto-assolutorio, timore per «il pericolo di cadere in mano ai russi, ad un’eventuale e probabile ritirata tedesca»; la presa di coscienza che gli optanti dell’inverno 1943-’44 non erano né più né meno “fascisti” di coloro che ancora resistevano.

Infine, a comprendere ed assorbire tutte le precedenti motivazioni e tutti i meccanismi accennati, pur senza sostituirsi ad essi, il desiderio di salvarsi e, soprattutto, di uscire dalla fame che opprime gli internati e li riporta alla condizione degli uomini delle caverne in perpetua lotta per la sopravvivenza. Più raro è l’atteggiamento esemplificato dalla vicenda del tenente Alberto Valsecchi.

Già alla fine d’ottobre 1943 Valsecchi discuteva ampiamente con alcuni compagni della situazione politica degli ultimi anni concludendone, «di comune accordo fra tutti», che per motivi geopolitici e a causa dell’ostilità inglese, la posizione dell’Italia non poteva che essere nell’Asse, come unica occasione possibile per esprimere le legittime ambizioni mediterranee e africane del paese; che la catastrofe dell’8 settembre, logica conseguenza di un insieme di azioni reiterate di tradimento, si doveva essenzialmente all’ignavia del re e alle trame massoniche; e che il duce, per quanto andasse guardato con molti dubbi, era comunque l’unico a indicare la strada dell’onore. Dette motivazioni, elaborate collettivamente, furono poi completate in senso giuridico ed etico da Valsecchi, il quale giunse personalmente alla determinazione – in cui poco o nulla c’entrava la nostalgia del fascismo – da un lato di considerare la Rsi come il solo governo legale in seguito alla fuga del re essendo nulle le dimissioni non volontarie di Mussolini (col conseguente superamento del vincolo del giuramento e dei doveri d’ufficiale verso la monarchia), e dall’altro di vedere nella Rsi la via più immediata per ritornare a combattere per la patria: cosicché quando giunse al campo la commissione per il reclutamento, Valsecchi ascoltò l’allocuzione propagandistica avendo in effetti già maturato la propria decisione, e l’8 gennaio 1944 nello stesso campo di Benjaminow aderì .

Fatte poche eccezioni, costituisce ad ogni modo un tratto abbastanza comune tra quanti aderirono nei lager e coloro che resistettero sino alla fine l’ostilità diffusa sia verso le alte gerarchie civili e militari italiane, alle quali generalmente si attribuiva la responsabilità dello sfacelo delle forze armate in seguito all’8 settembre, che verso i tedeschi, la cui ferocia viene spesso denunciata con disgusto anche nei diari dei collaborazionisti48. Pino Ruffo, poco prima di optare, annotava nel suo diario la sintesi delle discussioni tra ufficiali internati: Può darsi che noi siamo stati dei vigliacchi, ma più di noi lo sono quelli che hanno fatto l’armistizio con gli alleati e poi sono fuggiti per mettere in salvo il governo e soprattutto se stessi. Nessuno dei due, tedeschi e badogliani, merita quindi la nostra fiducia, né ha diritto di giudicarci, in qualsiasi modo noi ci comporteremo in avvenire49 .

UN APPUNTO DI GUARESCHI

È ben noto il valore non soltanto letterario ma anche documentario del Diario clandestino di Giovannino Guareschi e degli altri libri in cui i figli dello scrittore parmigiano hanno raccolto alcuni inediti del padre.

A Guareschi però si deve, tra le altre cose, anche la raccolta di un’enorme mole di materiale documentario che l’ufficiale-giornalista appuntò diligentemente nei primi mesi d’internamento (quando ancora si pensava di rimpatriare in tempi brevi, o comunque di trovare tutela efficace nelle convenzioni internazionali), e che confluì nella sua testimonianza cosiddetta Grande diario, che egli poi non volle mai pubblicare, e che, ancora in larga parte inedita, è custodita presso l’Archivio del Club dei Ventitré a Roncole Verdi.

In uno dei suoi appunti, Guareschi tratteggiò nel modo seguente la situazione degli optanti, suddividendoli opportunamente nelle due macro-categorie di coloro che aderirono alle forze armate della Rsi o alle SS-Italiane e coloro che aderirono alle proposte di svolgere attività lavorative: PARTITI e non più tornati

a) Ufficiali vecchi o giovani, effettivi o di complemento, ricchi o poveri, del nord e del sud, ex fascisti, antifascisti o apolitici i quali hanno aderito alla repubblica fascista con l’intento preciso di passare – una volta in Italia – alle fila dei patrioti e che, sfidando il duplice pericolo d’essere fucilati dai tedeschi o di non riuscire a fuggire mettendosi così nella critica condizione dei comuni optanti:

1) Sono riusciti nel loro intento e combattono a fianco dei patrioti

2) Non sono riusciti perché rimasti bloccati nei campi d’addestramento tedeschi o per altra ragione

3) Per caso nel territorio già occupato [dagli] angloamericani

b) Ufficiali giovanissimi, nati ed educati in pieno clima fascista i quali hanno aderito alla repubblica fascista perché per essi era la cosa più naturale del mondo mantenere fede al loro Duce.

c) Ufficiali giovani o vecchi, effettivi o di complemento, ricchi o poveri, fascisti, ex fascisti, apolitici o antifascisti, sani o malati, i quali hanno aderito alla repubblica fascista (taluni alle SS germaniche) per una delle seguenti ragioni

1) perché convinti che questo fosse il loro dovere di militari o di cittadini

2) perché convinti che questo rappresentasse il loro tornaconto

3) perché incapaci di sopportare la fame e gli stenti della prigionia

4) perché innamorati

5) perché, malati gravemente, o vecchi, avevano la certezza d’essere posti in congedo e rimandati a casa.

6) per le pressioni su di essi operate dalle lettere delle madri, dei padri, delle mogli, dei figli o delle fidanzate.

7) perché – con la famiglia in disperate condizioni economiche o esasperati dal non ricevere notizie della famiglia stessa – volevano comunque arrivare in Italia e rivedere i loro cari oppure procurare loro qualche aiuto finanziario.

8) perché suggestionati dalla propaganda e dai compagni

9) perché avevano paura dei tedeschi

10) perché – avendo realizzato enormi somme dal praticare il mercato nero spogliando i compagni o vendendo automezzi ed armi ai ribelli, o altro, desideravano andare in Italia a mettere al sicuro le loro sterline.

d) Ufficiali che, per una delle ragioni di cui ai numeri 2, 3, 6, 7, 8, 9, hanno scelto una via di mezzo fra il militare per la repubblica e il rimanere prigionieri nei lager e 1) hanno aderito al fronte del lavoro tedesco rinunciando alla loro qualifica di soldati e al loro grado e recandosi a portare la loro opera di comuni operai nelle fattorie e nelle fabbriche germaniche. 2) hanno riconosciuto la repubblica fascista e sono tornati alle loro aziende in Italia Partiti ma rimasti a) Ufficiali vecchi o giovani, effettivi o di complemento, ricchi o poveri, del nord del Sud i quali – pure essendo gravemente infermi e pure potendo con l’aderire alla repubblica fascista, essere rimpatriati ed essere posti in congedo – per non venir meno a quello che essi reputavano il loro dovere di soldati e di cittadini, hanno preferito rimanere nei lager e sono morti di stenti. b) Ufficiali passati alla repubblica fascista i quali, dopo una permanenza nei campi d’addestramento di Germania, sono stati rimandati nei lager per ragioni varie. c) Ufficiali che hanno fatto la domanda di passare alle file repubblicane e che, per ragioni burocratiche o altro sono rimasti nei lager (In questa categoria a quanto risulta da affermazioni numerose della “Voce della Patria” sembra debbano rientrare anche moltissimi soldati degli Arbeitskommandos). d) Ufficiali che hanno scelto una via di mezzo fra l’aderire al fronte tedesco del lavoro e il rimanere prigionieri, e hanno firmato contratti a termine recandosi a lavorare come raccoglitori di ciliegie, spaventapasseri, mozzi di stalla, manovali di fabbrica eccetera, rientrando poi ai lager una volta scaduto l’impegno. 12 e) Ufficiali che hanno aderito alla repubblica fascista e poi, dopo una certa permanenza nel “reparto repubblicani” dei lager, hanno ritirata la domanda, e poi l’hanno ripresentata e poi l’hanno ritirata ancora 52 . DOPO L’OPZIONE Già determinare il numero reale degli optanti è arduo. Ancor più improbabile, quindi, sarebbe la pretesa di trattare delle vicende successive all’opzione determinandole quantitativamente. Così un ufficiale optante scriveva a un collega rimasto nel campo di Benjaminow in data 11.3.1944 (con bene in vista l’indicazione dell’anno XXII dell’era fascista): Salutissimo Carissimo Nicola – Sinora non ho creduto opportuno scriverti perché si aspettava di raggiungere una sede più o meno stabile. Infatti siamo in una città militare tedesca ove fra qualche giorno inizieremo un corso di addestramento. Il morale è alto. Vedessi i nostri soldati già istruiti che direi [***]. Siamo circondati da un’atmosfera di entusiasmo e di cameratismo. Per ora dormiamo in piccole camerate in attesa che sistemino le stanzette a due posti. Abbiamo una mensa Ufficiali e un circolo che è qualcosa di stupendo. Il pasto è costituito di più portate dei soliti minestroni, carne, patate in quantità e birra e sempre birra […]53 Gli optanti di Biala Podlaska non furono fortunati. Ricordano Biasion e Ruffo che in seguito all’opzione essi e i loro compagni – era il marzo 1944 – dopo un breve periodo trascorso nelle medesime baracche furono trasferiti nel lager XIIID di Langwasser, dove continuarono a rimanere per un certo tempo con una razione viveri assai ridotta54, una disciplina a tratti più dura di quella in vigore a Biala Podlaska, causata anche dalla diffidenza dei tedeschi55 , e la possibilità di uscire solo per una cerimonia funebre, peraltro sotto la scorta di una sentinella: Ogni tanto un generale, un colonnello, un tizio qualsiasi in divisa italiana o tedesca, ma sempre italiano, viene con pompa nel campo, raduna tutti gli ufficiali e ne “preleva” quindici, venti, trenta, quel che gli occorre per la sua divisione, scegliendo tra i più giovani e i più forti. Dopo la scelta gli altri rientrano apaticamente nelle baracche, o tornano a distendersi al sole56 . Del resto le modalità stesse dell’addestramento richiedevano elementi giovani, sani e forti, per sopportare i 4-5 mesi d’istruzione durissima e foriera d’infortuni, condotta da sottufficiali e graduati tedeschi con la meticolosità tipica della Wehrmacht, ed impegnativa sia sotto il profilo psico-fisico (con corse nel fango, nella neve, sotto la pioggia battente, nei boschi, in greti di torrente ed esercitazioni a fuoco con pallottole di legno) sia nell’uso di mezzi e armamenti a disposizione (basti pensare che anche soldati di lungo corso si trovarono per la prima volta a contatto con plastici riproducenti la pianura Padana, poligoni di tiro in miniatura, armi decalibrate, e altri sussidi didattici di cui non avevano mai neppure immaginato l’esistenza). Furono almeno dieci i decessi per spossatezza dalle fatiche dell’addestramento, e una ventina i fucilati per aver tentato la fuga57 . Per uscire da tale situazione alcuni avevano scritto una petizione al generale Mario Carloni, comandante della divisione Italia, che avevano servito in Albania: in seguito all’interessamento del loro vecchio colonnello erano partiti; altri avevano inviato lettere all’ambasciata italiana a Berlino per esprimere proteste sul trattamento e per chiedere il rimpatrio58. Nel frattempo i tedeschi avviarono sottoscrizioni «per le “armi alla patria repubblicana”», avvertite dagli ufficiali come pressoché obbligatorie59 . Lentamente, a gruppi di pochissimi, si partì finalmente per le divisioni e per i battaglioni Nebbiogeni sul Baltico. Non pochi, invece, alle visite dei generali per la selezione di ufficiali da inviare ai campi d’addestramento si tiravano indietro60. Sotto il profilo morale, il diario di Pino Ruffo illumina significativamente sulla condizione dell’optante: «Ora non abbiamo più una patria, ma ci resta sempre una terra meravigliosa»; e, più avanti: «…qui non si tratta di idee ma della nostra vita»; e ancora: «l’esperienza ci ha insegnato che l’unica cosa che vale è la vita, quindi dobbiamo dire “Viva la vita!” 61. E anche nei campi per optanti non mancarono gesti nobili: è il caso del colonnello Fagioni, comandante italiano del campo, che all’ordine di rimpatrio notificatogli dai tedeschi rispose che sarebbe partito solo dopo che il campo fosse stato completamente sgomberato62 . Tranquillo Frigeni, che aveva aderito il 6 gennaio 1944, poté lasciare assieme ai suoi colleghi il campo di Benjaminow soltanto la mattina del 4 febbraio, quando un soldato tedesco irruppe nella camerata e, in malo modo, fece riunire all’aperto gli ufficiali optanti, che ivi rimasero guardati a vista dalle sentinelle per non essere assaliti dai non aderenti63 . Gli optanti furono tradotti attraverso viaggi in treno appena più confortevoli di quelli della deportazione, e sempre scortati da tedeschi poco convinti a trattarli come alleati. A tal punto giungevano i morsi del freddo, della fame e della sete che Molti colleghi bestemmiano e si pentono di avere aderito; il nostro è ormai il destino di avventurieri che tentano di salvare il salvabile in questa babilonica confusione di idee, di fatti, di persone.64 Frigeni e Valsecchi giunsero poi a Przemysl, trovando sistemazione nello Stalag 327 di Picolizza, dove vivevano già 200 uomini.

Il 3 marzo finalmente partirono 500 uomini sventolando una bandiera tricolore. Appena due giorni dopo, i rimanenti furono trattenuti dai tedeschi per oltre due ore in cortile per motivi disciplinari, a soffrire il freddo e il gelo. A far compagnia, una buona razione di sigarette, birra e la possibilità di recarsi al cinematografo cittadino. Il 21 marzo avviene il trasferimento a Norimberga, sempre sotto scorta di ufficiali tedeschi nervosi e poco rispettosi dei “colleghi” italiani; lì la vita fu scandita anche da frequenti visite nei dintorni della città, da gite nelle pinete e soste nelle birrerie cittadine. Al tempo stesso, gli ufficiali italiani presero ad essere comandati da italiani.

Altri avevano aderito col proposito deliberato – talora, peraltro, soltanto dichiarato a posteriori – di ritornare in Italia e qui unirsi alle bande partigiane. Paradigmatica di questo comportamento è la vicenda di Giampaolo Menichetti, classe 1921, internato in Germania dopo l’8 settembre, che optò per l’arruolamento nei reparti della Rsi, ma si ritrovò incorporato in un battaglione di SS-Italiane; dopo l’addestramento in Germania il battaglione fu inviato in Italia e il Menichetti alla prima occasione disertò per aggregarsi ai partigiani nella 5ª Divisione alpina Giustizia e Libertà in Val Pellice. Cadde in combattimento il 23 aprile 1944 mentre copriva la fuga dei propri compagni di reparto, in uno scontro a fuoco con le SS-Italiane65. Analogo è il caso del sottotenente Dario Capellini – catturato in Grecia, internato e poi optante per le SS – che dopo il rientro in Italia, sempre con le SS-Italiane, approfitta della prima occasione, che gli si offre il 9 dicembre 1943 a Gaiola, per disertare e unirsi con i partigiani bovesani, il cui comandante comprende subito l’idealità del suo gesto e gli affida il comando di una postazione; finito poi sulle Alpi Apuane, diverrà vice-comandante della Brigata Garibaldi Gino Menconi e, nel 1972, sarà decorato di medaglia d’argento al valore militare66. La resistenza dei deportati sembrava allora davvero riemergere tra le file di un esercito fascista che si sfasciava prima ancora di essere avviato al combattimento…

Pure Renzo Biasion, una volta giunto in Italia, disertò e si unì ai partigiani rimanendo con loro sino alla liberazione. Dei compagni catturati a Creta con lui ricorda che alcuni disertarono; altri rimasero nella divisione Italia e finirono poi nel campo di Coltano; due si arruolarono nella X Mas e operarono nella zona tra il Montello e Vittorio Veneto, finendo poi uccisi dai partigiani; un altro, appena arrivato nel campo d’addestramento divisionale, fu giudicato non idoneo e avviato al lavoro in una fabbrica a Ludwigsburg (e questa è una vicenda illuminante); un altro ancora, nello stesso campo d’addestramento espresse idee anticonformistiche e, dopo essere stato degradato, fu inviato in un lager di punizione67. Giuseppe Ruffo arrivò ad Acqui ai primi di giugno, ed avvertì subito l’ostilità della gente; stessa impressione provò al rientro nella sua città natale Verona, dove, presentatosi al Distretto Militare, fu collocato in congedo per inidoneità fisica.

Dei suoi ex-compagni di prigionia, Ruffo seppe poi che qualcuno non si presentò al Distretto dandosi alla macchia o passando con i partigiani; un suo amico, in particolare, dopo l’arruolamento nell’esercito repubblicano fu congedato per scarso senso patriottico essendosi rifiutato di comandare un reparto per la lotta antipartigiana68 . Anche Alberto Valsecchi, dopo un periodo di addestramento a Sennelager, nel campo della divisione Monte Rosa, fu rimpatriato per inidoneità alle fatiche di guerra, e in Italia mandato in licenza illimitata; cosicché già il 5 maggio 1944 poteva riprendere il suo posto in banca, pur con l’avvertimento del direttore di stare «attento in strada».

Giuseppe Mori, che optò a Przemysl, fu inviato al Comando Truppe Nebbiogene a Stettino in un gruppo di optanti comprendente circa 500 ufficiali da destinare ai tre battaglioni allora esistenti: un numero sproporzionato rispetto alle effettive esigenze d’organico, che tuttavia è indicativo della quantità, piuttosto elevata, degli optanti70 . Giunto a Stettino l’11 marzo 1944, ancora nel tragitto che li portava al nuovo campo, gli ufficiali – che, si badi, avevano già aderito formalmente alla Rsi – non potevano camminare sul marciapiede: al tenente Mori, che vi mise appena un piede, arrivò un colpo sulla schiena da parte del tedesco che scortava il gruppo. Dal momento in cui prese servizio nei Nebbiogeni, invece, agli ufficiali fu concesso di girare liberamente per la città e godersi le camminate al cimitero, per le strade e per la campagna. Mori conobbe bene il terrore per i bombardamenti, dai quali i militari italiani potevano difendersi soltanto passando dalle baracche del campo ad alcune gallerie approntate con pochi sacchi di sabbia, o in qualche cantina o bunker. Nel novembre Mori fu rimpatriato per prendere servizio nella Sezione Chimica di stanza a San Giovanni Lupatoto presso Verona.

E proprio nella Caserma “Santa Lucia” della città, recatosi il giorno 9 dicembre per ritirare le assegnazioni settimanali, assisté incredulo all’inopinata apparizione di 127 nebbiogeni, al comando di un maresciallo e in perfetto ordine di marcia, che qualche giorno prima avevano abbandonato la loro sede di servizio a Vienna, ed erano giunti al Brennero in treno esibendo ad ogni controllo documenti contraffatti con un falso viaggio di servizio. Il colonnello comandante della caserma si consulta con Mori per una soluzione formalmente regolare che sottragga loro e lui alle conseguenze della fuga; si pensa ad una licenza e alla riassegnazione a un servizio in Italia: “Mandiamoli in licenza, da tre anni non vedono i loro cari, ne hanno diritto”. “Sì” replica il Colonnello, che fa approntare i documenti; trasferiamoli alla Armata Graziani” dice il Colonnello: “chi li riprenderà più?” un mesto sorriso, mentito.

Noi siamo fuori causa: già ci illudiamo. Trasmetto le decisioni al reparto… raccomandando che nessuno torni.71 Il giorno successivo Mori dovette render conto ai tedeschi della sparizione dei nebbiogeni: la parvenza giuridica dell’espediente escogitato salvò Mori e il suo superiore da conseguenze funeste, ma non impedì tuttavia ai tedeschi di inveire contro i “traditori” minacciando processi e plotoni d’esecuzione. Il 27 aprile a San Giovanni Lupatoto arrivavano alfine gli americani. Non pochi furono coloro che i comandanti decisero di non impiegare: è il caso di una cinquantina di allievi ufficiali di Marina, aderenti e rimpatriati, che il principe Borghese rifiutò di immettere nei ranghi della X Mas, ritenendo evidentemente quel “volontarismo forzato” poco acconcio alle esigenze operative del reparto.

Ancora verso la fine del 1944, parte degli internati provenienti dai Balcani furono trasformati in «soldati italiani nella Wehrmacht»: mano a mano che raggiungevano il territorio del Reich venivano riuniti a Kaisersteinbruch, conservando la condizione giuridica d’internati sino al momento dell’effettiva presa in carico dalla Wehrmacht. La missione militare italiana operò sollecitando l’autorità germanica a consentire che quelli tra costoro che l’avessero voluto potessero essere inquadrati nelle forze armate repubblicane anziché in quelle tedesche. Analogamente la Missione militare italiana avviò un tentativo (fallito, ritengo) di realizzare accordi per consentire a italiani già arruolati nella Wehrmacht di transitare, a richiesta, nelle forze armate italiane.

LE MEMORIE DI UN COLLABORAZIONISTA

Contribuisce senz’altro ad aggiungere qualche tassello alla conoscenza e alla comprensione delle vicende dei collaborazionisti il memoriale inedito scritto nel 1993 da R.C. – classe 1921, exImi, optante, nel dopoguerra alto funzionario presso un Ente statale e sindacalista –, il quale negli ultimi mesi di vita ha voluto tramandare in forma scritta la sua esperienza di deportazione nei campi germanici. L’impegno autobiografico è prima di tutto un’esigenza morale, che implica di per sé l’assunzione delle proprie responsabilità, col risultato che la confessione libera dalla colpa, piccola o grande che sia; e del resto è pienamente conforme alla tendenza di molti ex-Imi di aprirsi completamente nella fase terminale dell’esistenza, con ampi racconti orali o scritti, per affidare la loro esperienza prima di venire a mancare e stabilire un dialogo autentico con le generazioni più giovani .

Catturato ad Avio, dove prestava servizio come ufficiale d’Amministrazione presso un Campo per prigionieri provenienti dal fronte jugoslavo, il sottotenente R.C. fu tradotto assieme ai colleghi, lungo la statale del Brennero, in una località vicino a Verona, e poi in seguito a Mantova, passando in tal modo – singolarmente – dalla condizione di “carceriere” a quella di “carcerato”. Lì avvenne il primo fatto importante: mentre la grande maggioranza degli ufficiali si pronunciava per una non collaborazione, il gruppo dei tre ufficiali inferiori del campo italiano di Avio cominciò a dubitare della scelta “resistenziale” appena compiuta, dacché il maggiore I.G., loro superiore diretto, comunicò loro che intendeva aderire al nuovo governo di Mussolini: La questione ci turbò – scrive R.C. –, ma non tanto, perché sapevamo delle sue convinte simpatie per il fascismo, ed anche perché era anziano e quindi sentiva più degli altri il pericolo di disagi fisici che il futuro sicuramente ci avrebbe riservato. Ed in verità non aveva tutti i torti, perché il futuro sarebbe stato veramente nero.

Difatti, al momento della partenza sui camion alla volta della stazione per intraprendere quel viaggio in vagone-merci che la memorialistica ci ha reso ormai ben noto, il maggiore I.G., che pure non aveva detto di avere già sottoscritto formale impegno alla collaborazione, rimase a terra, dopo essersi fatto consegnare da R.C. tutto il denaro che l’ufficiale di Amministrazione aveva diligentemente tenuto in custodia sino a quel momento. Sembrano piuttosto significative le ripercussioni del comportamento dell’ufficiale superiore sul piccolo gruppo, e il suo immediato schierarsi col fascismo alla prima occasione utile: dei suoi tre ufficiali inferiori, due passeranno nelle forze armate della Rsi, e il terzo sarà un volontario del lavoro (cosicché la forza-ufficiali del campo di Avio dovrà registrare, a consuntivo, una percentuale del 100% di collaborazionisti).

Un lungo viaggio verso est, sicché il triste convoglio non giunse alfine a scaricare i suoi tristi passeggeri al campo di Przemysl, dove R.C. rimase – ritengo, pur nell’impossibilità di fornire date precise – sino al gennaio 1944, allorquando fu trasferito al campo di Hammerstein, dove poi avvenne l’adesione. Per il periodo trascorso a Przemysl – caratterizzato ovviamente dal freddo, dalla penuria di cibo e dalla preoccupazione per il futuro – disponiamo anche di alcune lettere, scritte da R.C. ai famigliari sui modelli prestampati per Kriegsgefangenen: da tale corrispondenza si trova conferma dell’impossibilità dei famigliari di spedire pacchi dalle regioni meridionali (difatti, mentre R.C. scriveva sin dal 13 novembre 1943 di mandargliene, specificando dettagliatamente le norme per la spedizione e fornendo un elenco di desiderata, ancora in data 14 marzo e 4 giugno 1944 da Barletta rispondevano, rispettivamente, che «stanno preparando tutto per il pacco ma difficile spedirlo perché la posta non può spedire pacchi», e che «pacchi non si possono spedire».

Ad Hammerstein avvenne l’adesione alla Rsi, dopo il comizio del tenente colonnello Calafiore, comandante di un battaglione Nebbiogeni operante nel Baltico, il quale tra l’altro disse che il suo reparto aveva continuato ad operare anche dopo l’8 settembre come se nulla fosse accaduto nei rapporti fra l’Italia e la Germania76. R.C. e un altro dei suoi due colleghi aderirono alle forze armate repubblicane, e furono subito trasferiti in un’altra baracca, in un’area separata col filo spinato dalla zona riservata ai non collaborazionisti: Immediato fu il diverso trattamento, nel senso che ci consegnarono qualche coperta in più, la stufa era sempre accesa e soprattutto il cambiamento si verificò nel vitto che era decisamente migliore e più abbondante. […] Un pomeriggio siamo addirittura usciti dal campo e ci hanno condotto in una sala cinematografica per assistere alla proiezione di una pellicola. Dopo pochi giorni R.C. e i suoi colleghi furono trasferiti in un altro campo presso Stettino, sede del Comando Truppe Nebbiogene e del relativo Centro d’addestramento, con più adeguate e migliori comodità. Vitto decisamente migliore che divoravamo con avidità e che, pur appagando il nostro appetito, non riusciva ad eliminare la fame arretrata.

La sera avevamo la libera uscita e circolavamo per la città. Avevamo ricevuto la prima paga in marchi e questo ci consentiva di soddisfare qualche bisogno. Ed infatti, la prima cosa che quasi tutti facevamo era quella di entrare in qualche ristorante più alla mano per mangiare quello che ci potevano offrire. Era tutto razionato, però un piatto caldo di verdura e patate (quasi un ritorno alla “sbobba”, ma alquanto più accettabile) potevano darlo senza tanti problemi. E qualcuno ne mangiava anche due oltre il pasto che aveva già mangiato nel campo. Durante la giornata alcuni ufficiali italiani che già si trovavano in servizio in Germania durante il conflitto tenevano alcune lezioni sui compiti dei reparti nebbiogeni e sull’amministrazione dei reparti medesimi, compresa la gestione del danaro in marchi che ci veniva dato.

Proprio per quest’ultimo compito, provenendo io dal servizio di amministrazione dell’esercito italiano, fui prescelto, insieme ad altri pochi ufficiali, per andare ad illustrare ai soldati dei reparti italiani di stanza a Memel (ai confini con la Russia), a Königsberg ed a Wilhelmshaven le norme per l’invio dei marchi alle famiglie in Italia o presso istituti bancari dell’Italia settentrionale. Terminata l’istruzione specifica, R.C. si mise in treno per raggiungere un reparto di stanza a Memel, assieme a un ufficiale destinato a Königsberg il quale appariva già molto turbato.

Vale la pena di soffermarsi su questo compagno di viaggio, che di lì a pochi giorni si sarebbe poi tolto la vita per il rimorso d’avere aderito, o forse per il timore di una futura accusa di tradimento al giuramento di fedeltà al re (problema che R.C. invece non si pose né allora né dopo): La sera giungemmo a Königsberg ove io pernottai nei locali della stazione adibiti a dormitorio per i soldati tedeschi, mentre l’altro ufficiale raggiunse il reparto di stanza in quei luoghi.

Quell’ufficiale (era calabrese) mi fece strani discorsi durante il viaggio a proposito dell’adesione alla Repubblica di Salò. Egli era un ufficiale effettivo e mi parlava facendo cenno al timore di poter un giorno essere accusato di tradimento al giuramento di fedeltà al Re ed alla Patria. Io ero ufficiale di complemento ed il problema me lo ponevo in maniera meno impegnata, avuto anche riguardo della dose di realismo che era opportuno tenere presente.

Ci separammo ed io proseguii il viaggio per Memel ove giunsi in serata. La località era tutta ammantata di neve ed io non avevo un paio di guanti. Orientandomi e chiedendo, dicendo soltanto la parola: italian, raggiunsi il campo ove era alloggiato in baracche il reparto italiano. Grande soddisfazione quando mi trovai in mezzo a connazionali e grande e calorosa accoglienza quando raccontai a grandi linee le peripezie passate e lo scopo della mia presenza. […] La cucina in quel reparto era migliore di quella di Stettino e confesso che approfittai dell’occasione per saziarmi a volontà, incoraggiato dai colleghi che con un pizzico di curiosità mi guardavano mentre facevo il bis di qualche pietanza dopo che loro erano già alla sigaretta. A Memel mi fermai pochi (tre o quattro) giorni e poi feci ritorno a Stettino. […] mentre mi accingevo a partire da Memel per fare ritorno a Stettino, giunge notizia telefonica che il collega ufficiale si era suicidato tagliandosi le vene dei polsi. Fui colpito da momenti di grande tristezza perché mi ricordai il discorso che mi aveva fatto in treno circa le sue preoccupazioni di tradimento alla Patria e raccontai tutto agli amici ufficiali del reparto che mi accingevo a lasciare. R.C. fu infine destinato a Swinemünde, presso la base navale di Usedom-Wollin, dove era dislocato il I Battaglione Nebbiogeni comandato dal capitano Raffaele di Pietro: suo compito era la gestione del servizio di amministrazione e contabilità.

Qui R.C. scoprì una “nuova vita”, dove – grazie anche al fatto che la regione rimase a lungo distante dal fronte di guerra – i militari italiani potevano godere della spiaggia e del mare, di ristoranti e birrerie, e cimentarsi nell’opera di prestatori sessuali a beneficio delle donne tedesche. Nella nuova sede cambiò quasi totalmente la mia vita. Innanzitutto prendevo contatto con militari (ufficiali e soldati) italiani che non avevano la minima idea delle peripezie e dei disagi che avevano caratterizzato il nostro post 8 settembre 1943, ed in particolare il periodo trascorso in prigionia nei Lager (così venivano chiamati i campi di concentramento) tedeschi. Per costoro sembrava quasi che l’8 settembre 43 fosse stato un giorno come gli altri, tanto è vero che per nessuno di loro si era posto il drammatico problema dell’adesione al nuovo regime in Italia così come si era presentato a noi prigionieri dei tedeschi. Tutti, infatti, si trovarono dall’altra parte ed in una nuova condizione di sudditanza militare senza eccessivi traumi e direi, anzi, senza accorgersene. La cosa poteva spiegarsi in larga parte per le abitudini di ognuno, per i rapporti interpersonali fra i componenti dei reparti e probabilmente anche per le amicizie che si erano create col mondo civile circostante, così come ebbi poi modo di verificare nei giorni seguenti.

L’adattamento alla nuova vita fu per me veloce ed agevole. Passare dal letto a castello nelle baracche al comodo letto in stanza singola arredata in un palazzo che aveva tutte le caratteristiche di essere adibito, in tempo di pace, ad albergo era cosa che andava al di là di ogni previsione e tutto questo naturalmente rallegrava lo spirito. Si aggiunga che quel palazzo, adibito a sede del comando del reparto nebbiogeno, si trovava in riva al mare in una zona balneare del mar Baltico, paragonabile alle nostre famose spiagge di Rimini, Riccione ed altre, distante 5-6 chilometri da Swinemünde, ove era stanziato il reparto con le attrezzature nebbiogene, e si ha una sufficiente idea del grande cambiamento di fronte al quale io venivo a trovarmi.

La cittadina ed il palazzo si chiamano: Ahlbeck ed Haus Ostende. […] Il comando del reparto nel suo insieme era affiancato da un ufficio cosiddetto di collegamento composto da un maggiore, un sottotenente e due soldati tedeschi che avevano appunto il compito di collegare i servizi resi dai militari italiani con l’organizzazione civile e militare tedesca. I due ufficiali tedeschi parlavano abbastanza bene l’italiano ed erano stati assegnati lì proprio per questa loro caratteristica. Dopo alcuni giorni di rodaggio io presi netto possesso delle mie funzioni e mi abituai presto alla nuova vita. Eravamo già in avanzata primavera dell’anno 1944 e l’amenità del luogo rendeva ancora più accogliente ed interessante il soggiorno. La cittadina di Ahlbeck e quelle vicine di Heringsdorf (che significa: villaggio delle aringhe) e di Bansin hanno una bellissima spiaggia di sabbia ed il litorale, costituito da un vialone riccamente alberato, è costeggiato da pregevoli fabbricati quasi tutti vuoti che si riempivano d’estate quando aveva inizio la stagione balneare.

E la sera io uscivo un po’ con uno e un po’ con altri che già conoscevano i vari luoghi: io ero nuovo e quindi desideravo visitare tutto ciò che agli altri era già noto. In particolare uscivo la sera con il tenente G.C., un galantuomo, molto socievole e pieno di cortesia. Era un bell’uomo, proprio di quelli che le donne tedesche si mangiavano con gli occhi, come ebbi modo di rendermi conto in seguito. Meta frequentata era la località di Heringsdorf, ove era aperto, insieme ad altri minori, un bel locale attrezzato con tavolini ed orchestrina con una cantante simpatica e carina.

Mi resi conto che l’amico G.C. aveva puntato l’attenzione sulla ragazza ed infatti non tardò a collegarsi con lei, tanto è vero che dovetti poi abituarmi a ritornare da solo al 19 comando del reparto perché lui, cessato lo spettacolo verso mezzanotte, si tratteneva in dolce compagnia. Il memoriale di R.C. rivela altresì per la prima volta l’espediente utilizzato dai tedeschi per consentire agli italiani provenienti dalle regioni a sud della linea Gotica, già in mano agli Alleati, di scrivere a casa: la spedizione attraverso la Croce Rossa con l’impiego dei moduli dei prigionieri di guerra e l’indicazione di un recapito fittizio presso un lager per militari ancora internati (il che peraltro consentì a R.C., dopo l’ingresso in città delle truppe sovietiche, di sostenere con successo un interrogatorio dimostrando documentalmente, con l’aiuto appunto delle lettere ricevute al suo recapito presso il campo d’internamento, di essere stato sempre Imi fino a quel momento, e di rimpatriare alfine come tale): […] mentre ero ad Ahlbeck, le lettere potevamo spedirle tramite un altro campo di concentramento situato in quella zona.

Era un trucco studiato dai tedeschi per consentirci di avere contatti epistolari con le famiglie nelle zone dell’Italia occupata dagli Americani. Le lettere, infatti, viaggiavano per il tramite della Croce Rossa internazionale alla quale facevano capo anche le risposte delle famiglie a mezzo dei moduli che noi stessi spedivamo unitamente alle lettere scritte. Ovviamente c’era di mezzo la solita censura, motivo per cui noi davamo notizie vaghe, ed infatti soltanto al ritorno in Italia io poi spiegai ai miei come erano realmente andate le cose in Germania. R.C. racconta anche dei bombardamenti alleati sulla città e dell’azione dei Nebbiogeni che, al suono dell’allarme antiaereo, provvedevano all’annebbiamento degli obiettivi militari per celarli ai bombardieri (opera che riusciva a sufficienza purché il vento non soffiasse troppo forte). In un solo caso in vista di un attacco non fu dato il segnale, poiché si riteneva superfluo l’annebbiamento, dal momento che i bombardieri volavano al di sopra di fitte nuvole: ciò nonostante fu sganciata una grande quantità di bombe che provocarono molti morti.

A partire dall’inverno 1945 anche le truppe dislocate sul Baltico cominciarono a presagire l’imminenza della catastrofe del Reich, che si rese evidente appieno nel precipitare degli eventi della fine di aprile 1945. Le apologie filo-Rsi ci hanno sovente presentato i Nebbiogeni come gli “irriducibili” delle ultime difese, e in particolare il I Battaglione come estremo difensore delle coste a protezione dell’evacuazione della popolazione civile dall’assedio dei sovietici. Questo il racconto di R.C.: Gli eventi bellici improvvisamente precipitarono. In Italia gli anglo-americani erano ormai giunti a Milano e la guerra in pratica era finita. Le truppe russe avanzavano in Germania al punto che cominciammo a sentire lo scoppio dei cannoni. In poco tempo fu organizzata la partenza del comando e di tutto il reparto nebbiogeni verso l’ovest. La partenza doveva avvenire con una nave attraccata nel porto di Swinemünde. Crebbe la confusione ed io, preso dalla paura di affondamento della nave per gli attacchi aerei che aumentavano negli ultimi tempi, decisi di rimanere sul posto.

Determinante fu a tale proposito l’amicizia contratta con la famiglia tedesca R*, la quale mi incoraggiò a rimanere. Una volta deciso, pregai altri tre o quattro soldati, decisi anch’essi a rimanere sul posto, di aiutarmi a trasportare con un carro a mano una gran quantità di viveri del reparto nella cantina della famiglia R* e proprio mentre avveniva il trasporto a sera tardi un aereo russo sorvolò a bassa quota la città, passando proprio sulle nostre teste. Tornai al reparto per raccogliere tutta la mia roba ed intanto molti erano già partiti per imbarcarsi, per cui non fu possibile neanche salutarsi con tutti. Presi anche tutti i marchi tedeschi che avevo in cassa e ritornai presso la famiglia R*, ove ebbe inizio una nuova parentesi della mia vita in Germania, con tante altre paure ed incognite che l’arrivo imminente delle truppe russe poteva riservare.

Ancora una volta le memorie di R.C. ci risultano importanti, poiché ci descrivono le condizioni materiali e morali in cui si vennero improvvisamente a trovare le popolazioni tedesche all’arrivo delle truppe sovietiche. R.C. si stabilì presso i R*, dopo aver nascosto l’uniforme in fondo a un forno a legna. Un mattino scorse dalle finestre l’ingresso in città dei sovietici, mentre gli abitanti restavano chiusi in casa, preoccupati del comportamento dei russi (ben sapendo quale fosse stato quello delle truppe germaniche nel corso dell’invasione dell’Urss), e le strade apparivano deserte. In particolare i R* erano spaventati che si rinvenissero tracce dell’attiva militanza nazista del capofamiglia.

Trascorsero così alcuni giorni, sempre con le vie deserte e qualche sporadico anziano che azzardava timidamente una breve passeggiata, quando avvenne l’imprevisto: In piena notte fummo svegliati da un violento bussare al portone di ingresso laterale. Scese il Sig. R* a piedi nudi, aprì e si trovò di fronte a tre o quattro uomini, due in divisa e armati, gli altri in borghese: senza tanti complimenti essi salirono per le scale e si soffermarono a guardare in ogni stanza. Susanne ed i due bambini si erano velocemente rifugiati in uno stanzino seminascosto oltre il secondo piano dello stabile (Susanne, in particolare, temeva di subire violenze), mentre noi altri restammo ammutoliti senza muoverci. I due armati (erano soldati russi) giravano per le stanze curiosando mentre gli altri due in borghese, che parlavano correntemente la lingua tedesca, si rivolsero al Sig. R* dicendogli che lui ed io dovevamo vestirci e seguirli. Così facemmo senza parlare.

Salutammo alla meglio la signora R* e sua madre (la nonna viveva con loro) ed uscimmo di casa. Ci condussero lì vicino ove erano convenuti altri uomini e poi con un camion raggiungemmo una caserma di Swinemünde ove fummo rinchiusi, un po’ ammassati, in uno stanzone. Restammo lì l’intero giorno e la notte seguente senza alcuna novità e confesso che in quella condizione ebbi molta paura perché temevo anch’io di essere coinvolto in operazioni di rappresaglia dei russi nei confronti dei tedeschi. E la mia paura era aggravata da un fatto: mi tormentava il dubbio che i russi fossero a conoscenza della presenza sul luogo del reparto di militari italiani nebbiogeni che avevano collaborato con i tedeschi e che, pertanto, potessero facilmente aver già scoperto o che potessero comunque scoprire la mia reale condizione e che quindi io potessi subire chissà quali conseguenze e trattamento dopo aver già trascorso in precedenza un altro tormentato periodo. In altri termini fui preso dal terrore di dover pagare le conseguenze dell’adesione alla Repubblica di Salò. In quella triste e penosa condizione pensai più volte ai miei cari lontani, pensando di non poterli più rivedere e mi raccomandavo al buon Dio ed alla Madonna. Iniziarono a chiamarci uno per volta ed in verità ora non ricordo se avessimo già fornito le nostre generalità. Ritengo comunque che ci chiamassero per nome nel momento in cui si doveva uscire.

Il signor R* venne chiamato o comunque uscì prima di me senza far ritorno, così come accadeva per tutti gli altri che uscivano. Io restai lì ancora per tutto il giorno e per un’altra notte ancora e l’indomani giunse il mio turno mentre altri restavano ancora. Fui condotto in un’altra baracca lì vicino e mi trovai al cospetto di un uomo in borghese seduto dietro un tavolo ed a fianco a lui una giovane ragazza. Fui invitato a sedermi e la ragazza in tedesco mi chiese chi fossi e perché mi trovavo in quel luogo. Non so dire quanti fossero in quel momento i battiti del cuore.

Certamente dovevano essere di numero superiore alla media, ma la mia principale preoccupazione in quel momento era quella di non tradirmi, di non dare cioè l’impressione di una mia eccessiva preoccupazione, perché così facendo avrei potuto contraddire la linea di difesa che io avevo già delineato nelle ore precedenti. Cominciai quindi a rispondere attestandomi nel racconto della mia condizione di prigioniero di guerra catturato dai tedeschi l’8 settembre 1943 e tradotto in Germania, descrivendo i vari passaggi con i dettagli più realistici possibili, con l’evidente scopo di essere credibile. Mentre raccontavo in tedesco queste cose fui improvvisamente frenato dall’idea e dalla preoccupazione che il mio discreto parlare in lingua tedesca potesse indurre l’interlocutore a chiedermi come mai ciò fosse accaduto stando in campo di concentramento. Perciò da quel momento tentai di modificare alquanto il mio modo di parlare e continuai nel racconto che, proseguendo, doveva per forza inoltrarsi nel falso, perché dovevo pur precisare e dire ove mi trovassi al momento dell’arrivo delle truppe russe. Furono attimi tremendi.

Guardavo ora l’uomo ora la ragazza nell’illusione di poter capire in anticipo quel che non potevo e non avrei mai potuto capire e dissi con la massima serenità possibile che negli ultimi tempi mi trovavo nel campo di concentramento, indicando il numero del campo che i tedeschi avevano utilizzato per far partire e arrivare, tramite la Croce Rossa Internazionale, la corrispondenza dei militari italiani del reparto nebbiogeni alle famiglie nel sud Italia ed a noi in Germania. Aggiunsi alla fine che ancor prima che arrivassero le truppe russe, cioè diversi giorni prima, le guardie tedesche del campo di concentramento erano improvvisamente scomparse e noi ci sparpagliammo a destra e sinistra ognuno pensando a se stesso e cercando rifugio come meglio poteva. Un finale di bugie tremende per le quali non sapevo proprio come potesse andare a finire. Momenti di grande tensione ne ricordo parecchi, ma quelli furono di particolare intensità ed io non li dimenticherò mai. I due interlocutori dialogarono tra loro in lingua russa ed io li guardavo.

Trascorse qualche istante e notai che l’uomo stava un po’ riflettendo e poi si rivolse alla ragazza, le disse poche parole e la ragazza si rivolse a me e mi disse qualcosa in tedesco. Io non mi mossi e la ragazza dopo un poco mi ripetè: Sie können gehen (lei può andare).

Incredibile! Era tale la tensione che io la prima volta non avevo capito o addirittura non avevo sentito quelle tre parole. Ripetetti: Posso andare? (kann ich gehen?) e lei rispose di sì. Mi alzai, salutai ed uscii all’aperto. Nessuno stava lì fuori e guardando verso destra riconobbi in lontananza il viale che costeggiava la piazza e che da Swinemünde andava verso Ahlbeck. Mi incamminai a passi lenti e poi un po’ più velocemente, raggiunsi il viale e svoltai verso sinistra in direzione di Ahlbeck.

In mezz’ora o poco più ero a casa dei signori R* che mi fecero festa quando mi videro arrivare, avendo vissuto anche loro momenti di grande paura ed incertezza. Il padre, infatti, era già ritornato a casa, ma non era stato in grado di dire qualcosa su di me. Raccontai del mio interrogatorio e riprendemmo la vita in un clima di grande attenzione ed anche di attesa degli sviluppi della situazione. La descrizione delle giornate successive prosegue con le difficoltà economiche e alimentari delle famiglie tedesche, il cui orgoglio fu nelle circostanze mortificato in maniera improvvisa e impensata anche da quelle «operazioni di arrangiamento» (per usare l’espressione di R.C.) alle quali si era costretti.

Ad abbassare il morale doveva contribuire non poco anche la situazione di disordine che si era venuta a creare: abitazioni abbandonate e negozi venivano saccheggiati sia dagli occupanti che dalla popolazione; mancava del tutto il carbone, cosicché per scaldare occorreva andare a far legna nei boschi; non era praticamente più possibile procurarsi vestiti e scarpe; se si voleva mangiare carne bisognava adattarsi a quella di cavallo (cosa impensabile in quei luoghi). Verso la fine del mese di agosto 1945 cominciarono a partire i treni che riportavano gli exprigionieri in patria. R.C., pur desideroso di ritornare a casa e di riabbracciare i suoi famigliari, non nasconde la difficoltà del distacco dai R*, ai quali si era affezionato e che, a loro volta, si erano affezionati a lui, forse vedendovi un possibile nuovo marito perbene e capace per Susanne. R.C. prese il treno diretto a Rostock, e da lì quello per Berlino. Lì R.C. ed altri collaborazionisti si mischiarono disinvoltamente ai militari che erano stati internati sino a quel momento per aver resistito alle pressioni nazi-fasciste, e si trattennero per alcuni giorni in un campo di raccolta, sfuggendo con abilità ai tentativi di discriminazione, con le conseguenze che possiamo intuire riguardo al diritto al godimento dei benefici successivamente istituiti per gli Imi non collaboratori (riconoscimento della prigionia ai fini del computo delle “campagne di guerra”, distintivo d’onore di Volontario della Libertà e qualifica di Combattente per la libertà d’Italia 1943-1945). 22 Un po’ a piedi e un po’ con i pochi tratti di metropolitana sotterranea funzionante giungemmo al campo di raccolta che ci era stato indicato. Era un enorme campo con numerose baracche in legno.

All’ingresso fummo indirizzati verso gli uffici che accettavano i nuovi arrivati. Fummo interrogati dagli americani a mezzo di un ufficiale italiano che fungeva da interprete. Ricordo che questo ufficiale fece domande piuttosto insistenti e mi dette netta impressione che lui fosse a conoscenza che in Germania avevano operato dei reparti militari italiani che avevano collaborato con i tedeschi fino alla fine della guerra e per un po’ io temetti che potesse ripetersi la paura già provata quando fui interrogato a Swinemünde da quel signore russo per il tramite della ragazza che fungeva da interprete. Ma tutto andò per il meglio perché l’americano ad un tratto tagliò corto e ordinò che ci venisse indicata la baracca ove dovevamo essere alloggiati.

Ci sistemammo celermente e con immensa gioia provammo le prime improvvise soddisfazioni. Pane bianco in quantità e vitto anch’esso di buona e notevole quantità. Non era cosa da poco dopo le privazioni dei mesi scorsi. Non mancavano anche generi di conforto quali sigarette e liquori. Eravamo circa duemila persone e altri sopraggiungevano giornalmente. Poi fu trasferito in un altro campo di raccolta presso la città di Stargard, sicché non fu possibile prendere una tradotta diretta in Italia.

Unico contrattempo: appena giunti al Brennero il treno fu fermato, e le vetture furono ispezionate da poliziotti in borghese alla ricerca del colonnello Calafiore e del capitano Di Pietro. Fatta una breve sosta in una località vicina a Trento per salutare l’altro ex-collega optante del campo di Avio (che peraltro era già comodamente sistemato nella sede bolzanina della Banca d’Italia, mentre gli ufficiali rimasti nei lager sino all’ultimo si avviavano proprio allora a sostenere gli interrogatori presso i distretti militari o a ricorrere ai necessari ricoveri ospedalieri…), R.C. proseguì poi in treno sino a raggiungere il suo paese in Puglia, dove potè riabbracciare i famigliari. In definitiva ci sembra che questa testimonianza – di necessità sintetizzata e riprodotta testualmente soltanto nelle parti essenziali – apporti un contributo importante, sia nei particolari meno noti (o addirittura svelati oggi per la prima volta) sia in quelle vicende e ambientazioni già viste e raccontate abbondantemente in una letteratura memorialistica che col tempo s’è fatta abbastanza copiosa: mai, difatti, possiamo liquidare la narrazione di scene ed eventi come cose già lette, poiché personalissimo è il temperamento di R.C. nell’affrontare e superare le situazioni più critiche, con quella sua razionale determinazione – propria, vorremmo dire, di un ufficiale d’Amministrazione aduso al calcolo – nel salvarsi e nel ritornare, e con quella totale assenza di odio o di rancore verso chicchessia che lo rendono oggi un testimone particolarmente attendibile.

UNA CONCLUSIONE PROVVISORIA Sembra di poter dire, forse, che i compiti più impegnativi e importanti che i tedeschi s’arrischiarono di affidare agli optanti prelevati dai lager dopo l’internamento consistettero nelle comparsate propagandistiche allo scopo di provocare ulteriori adesioni, facendo leva ora sulle amicizie e gli affetti personali, ora sulla penosa ostentazione delle migliorate condizioni di vita. Alla crocerossina Antonia Setti Carraro fu concesso da un generale tedesco, in via del tutto eccezionale, di affrontare un lungo viaggio in treno, accompagnata da un sottufficiale interprete, unicamente per far visita al suo fidanzato Luridiana Niveo d’Andrea, ufficiale medico di Marina nel lager-lazarett di Zeithein, nel tentativo di portarlo nel campo della Rsi.

Percorso analogo, ma nella direzione esattamente contraria, fu quello del sottotenente Michele Montagano, che da Siedlce seppe, attraverso la lettura de La Voce della Patria, di essere ricercato dal padre, capitano Angelo Montagano, optante internato a Biala Podlaska, ed ottenne dal comandante tedesco di potersi ricongiungere al genitore, «non per comprensione verso un pietoso caso umano, ma nella speranza che un altro ufficiale italiano andasse ad ingrossare il numero degli optanti» del campo di Biala (cosa che non avvenne). In effetti i rapporti tra optanti e resistenti furono diversificati: talora di comprensione tal’altra – soprattutto quando le esigenze di compattamento del fronte resistenziale lo richiedevano – di aperta ostilità.

La crocerossina Setti Carraro ricorda l’incontro a Zeithein con un’infermiera non optante, e la manifesta ostilità di questa, che le girò le spalle e se ne andò senza salutarla. In altre situazioni – come nel caso di Montagano padre e figlio – fu invece la compresenza all’interno di una medesima famiglia ad annullare quasi naturalmente la distanza fra resistente e optante. Dopo il rimpatrio tra i due non c’è mai stato alcun colloquio sulle vicende della prigionia: complice il fatto che Michele dovette emigrare da Campobasso verso il nord in cerca di lavoro, ciascuno per proprio conto cercò di rimuovere quel passato, sorvolando, uscendosene con battute di spirito, e facendovi appena cenno in risposta di sollecitazioni di amici e parenti.

È di nuovo alla penna di uno dei resistenti più illustri, Giovannino Guareschi, che ci affidiamo per una conclusione “morale” – beninteso provvisoria – sulla questione delle opzioni. In un lungo appunto scritto in forma di lettera al figlio Alberto il 10 ottobre 1944 nel campo X B di Sandbostel, Guareschi, nell’intimità del proprio diario, e spogliato del rigore che in altre occasioni pubbliche (come i giornali parlati) ostentava per esigenze di coesione resistenziale, offre una visione diversa del problema, improntata a pietas umana e pervasa quasi di un senso di fraternità verso quei colleghi che avevano aderito e che, prima ancora di essere collaborazionisti, erano uomini come lui: Terribile pasticcio, figlio mio.

E se mi chiederai il mio giudizio sull’operato di coloro che abbandonarono i compagni nei lager e passarono dall’altra parte, io non ti risponderò con un fiero atto d’accusa. Ti dirò invece che noi eravamo allora abbandonati da tutti. Tutti si dimenticarono di noi. Nessuno ci rivolse mai una parola, nessuno dimostrò d’accorgersi della nostra cupa situazione. Avevamo bisogno di qualcosa per coprirci, avevamo fame, eravamo senza notizie di casa nostra, molti soffrivano né potevano curarsi per completa mancanza di medicinali: nessuno si sentì di mandarci un pezzettino di pane, una pasticca per la tosse, che significassero un qualsiasi interessamento. Abbandonati da tutti.

La Croce Rossa non ci considerava evidentemente vittime della guerra. In un anno noi ricevemmo dall’YMCA un football e 50 dischi di Bing Crosby e dal governo repubblicano nostro nemico, 3 sigarette trestelle. Non esisteva il “nostro” governo? Abbandonati da tutti, anzi peggio: perché quando cominciò ad arrivare la posta fu un’invasione di lettere che invocavano il Duce, che ordinavano di tornare a fare il “nostro dovere”. Mogli accusavano gli internati di aver dimenticato i figli. “Divertiti ma pensa che hai una famiglia” scrisse una moglie.

Abbandonati da tutti, come cani: e chi non possedeva una sufficiente forza di volontà, chi non poteva ancora possedere una radicata convinzione politica, cedette alle pressioni e alle lusinghe, o fu atterrito da questo buio abbandono e passò dall’altra riva. Quante defezioni, quante tragedie si sarebbero potute evitare. Ma nessuno si ricordò di noi, quand’era tempo. Terribile pasticcio, figlio mio. E se tu mi chiederai perché io non ho aderito io ti risponderò semplicemente “Perché sì”. Perché si vuole bene ai figli? Perché sì. Perché si vuole bene alla propria madre? Perché sì. Perché non potevo aderire all’idea [non leggibile, n.d.r] fascista repubblicana e al nazismo ora che m’era concesso di scegliere? Perché sì. Ci sono delle cose, grazie a Dio, che non si possono spiegare.

Se ci sono, sono nate con noi e noi neppure sappiamo di possederle. Ma ci sono e indirizzano la nostra volontà negli istanti in cui al ragionamento debbono subentrare i principi morali. Ripensandoci sopra con calma, posso dirti che allora ho risposto di no in quanto, inconsciamente ero spinto ad agire secondo il mio dovere di soldato e di cittadino e secondo il mio tornaconto personale. Che se poi tu, leggendo queste mie note, fossi tanto irrispettoso da pensare che tuo padre è rimasto nei lager esclusivamente perché gli conveniva, non potrai trarre la scettica conclusione che forse vorresti. Perché figlio mio, quando il tuo utile si avvera a danno degli altri, ciò è immorale, ma quando il tuo utile si identifica con l’utile comune, ciò è morale. Ed è pure sacrosanto che, come dicono gli inglesi, l’onestà è un ottimo affare. Dal che risulta che tuo padre non è un furbone di tre cotte, ma un galantuomo qualunque.

Le memorie, insomma, talvolta sono ricche di valori; e, per quanto zeppe di brutture, ci appaiono belle perché illuminate dall’eroismo, dalla giustizia e dalla bellezza, ci trasmettono un patrimonio di fede, di sacrificio e di amore, e ci richiamano ai valori che non tramontano.

Tal altra invece non sono pervase di nobili ideali ma sembrano davvero povere di tutto, intrise come sono di miserie umane, di tradimenti, di viltà piccole e grandi e di cattiverie. Eppure anche queste sono memorie: rimuoverle perché non si ritengono degne vuol dire rinunciare a una parte delle nostre radici, anche se un po’ inquinate, e rinunciare a domandarsi se anche noi – per dirla con Montale – avremmo afferrato il mestolo, «anziché terminare nel pâté / destinato agli Iddii pestilenziali». […]

FONTE: [Studio di Alessandro Ferioli da «Nuova Storia Contemporanea», n. 5 – sett-ottobre 2005]

Sito Internet: Giovanni Guareschi http://www.giovanninoguareschi.com

 

 

 

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