Badoglio – Raccontato da Silvio Bertoldi

Silvio Bertoldi, è stato un giornalista e saggista italiano. Alla passione per il giornalismo ha abbinato quella per la storia, dedicandosi ben presto ad una copiosa e fertile produzione di saggi storici, in gran parte incentrati sul ventesimo secolo al punto da essere considerato tra i maggiori divulgatori del novecento.

Del suo libro Badoglio, ne traggo qualche paragrafo sulla sua ricostruzione storica delle azioni di Maresciallo a cavallo tra il 25 luglio 1943 e l’8 settembre 1943.

[…] Nei foschi 45 giorni tra il colpo di stato e l’armistizio, non provvide a nulla, non dispose nulla. Stava preparando la sua seconda Caporetto, quella dell’otto settembre.

Gli importava prendersi qualche soddisfazione, subito. Per esempio, arrestare, ora che poteva, l’odiato Cavallero, sotto pretesto di una congiura con i tedeschi per rovesciarlo.

Negare i passaporti a Ciano fino al punto da indurlo, esasperato, a mettersi in mano dei nazisti, come dire dei suoi carnefici, fuggendo tramite loro clandestinamente con la moglie proprio in Germania.

Restare coinvolto, in un modo o nell’altro, nell’assassinio di Muti. Comandare repressioni tanto violente ,contro moti di piazza che avevano solo il carattere di sfoghi di libertà, da trasformarle in odiose stragi, di cui solo oggi si comincia.ad avere la documentazione.

Abbandonare a se stesso Mussolini, ossia il prigioniero a cui sarebbe stata legata, ad un certo momento, una delle condizioni armistiziali con gli alleati. Lascio passare a vuoto tempo prezioso sia sul piano politico che militare.

Quando si decise a prendere finalmente contatto con gli angloamericani, lo fece da dilettante.

A sua scusa vale la qualità della maggior parte dei suoi collaboratori di allora e la grave età. Ma è una scusa postuma. Lui pareva non preoccuparsi.

Doveva trattare l’armistizio, attendere al rientro in Italia della maggior parte possibile delle nostre forze armate oltre i confini, preparare seri e rapidi piani di difesa e metterne al corrente i reparti per l’ora X, immaginare e prevenire la reazione tedesca alla nostra uscita dalla guerra e disporre in anticipo perché fosse bloccata e stroncata, finché c’era tempo.

Non fece quasi niente. I reparti restarono abbandonati a se stessi: colpa gravissima, che non gli perdoneranno mai quegli italiani che, il mattino del 9 settembre, si svegliarono circondati dai tedeschi, senza ordini, senza soccorsi, spesso senza capi e si trovarono vergognosamente coinvolti nella dissoluzione, con pochi precedenti storici, di un intero esercito.

Al momento della verità, Badoglio non si sapeva dove fosse. La famosa Memoria OP 44, che i difensori suoi e dello
stato maggiore rivendicano come il documento in cui ogni cosa era prevista per il caso di attacco dei tedeschi dopo l’armistizio, e che – se osservata – avrebbe consentito un’ordinata e ben disposta difesa, consisteva in realtà soltanto in una serie di istruzioni di scarso valore pratico e non fu neppure diramata a tutti i comandi interessati.

Cioè all’intero esercito italiano, il quale aspettava abbastanza fiduciosamente (ma non troppo), che Badoglio e i suoi gli dicessero almeno cosa doveva fare e come. Testimonia il generale Castellano: « Dopo il 25 luglio, Badoglio non mosse niente, per paura delle rappresaglie tedesche. Però bisogna considerare che adesso era capo del governo e non più dello stato maggiore. Le responsabilità militari furono dunque di Ambrosio e dei suoi collaboratori. Di Badoglio furono quelle politiche. […]

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