Filippo Anfuso – Memorie sugli IMI

Filippo Anfuso, ultimo ambasciatore di Mussolini, ha scritto un libro di memorie della sua attività di diplomatico in seno al Fascismo, al servizio della patria e di Mussolini. A proposito degli IMI, lui scrisse nel sul libro Roma Berlino Salò:

[…] Due volte gli parlai (Hitler) dei soldati italiani trasportati in Germania, due volte egli li qualificò di Internierten (internati), segno che le “categorie” eran riuscite a metterli nella condizione dalla quale Mussolini li fece liberare il 20 agosto 1944, lo stesso giorno in cui Hitler scampò alla bomba di Stauffenberg.

(nota: la riunione con Mussolini, Hitler la ebbe il 20 luglio 1944, giorno dell’attentato. La “liberazione” degli IMI venne ufficializzata il 20 agosto 1944. […]

[…] Gli internati militari italiani giunsero in Germania insieme a me, ma sotto il peso di sofferenze che non ho
condiviso, e di umiliazioni che ho scontato con loro, sebbene soltanto a metà. Si trattò di una massa di quasi sette-
centomila soldati – di cui i tedeschi stessi non hanno mai potuto del resto fare il computo esatto – catturata dalle truppe del Reich e avviata in Germania, dopo la resa, con sistemi che andarono dalla minaccia di massacro all’astuzia
che sorprese la buona fede dei Comandanti italiani; dalla promessa della ripresa del combattimento all’inganno circa
gli ordini di marcia: sistemi tanto diversi o sleali quanto più grave fu lo smarrimento prodottosi nella Wehrmachr
dalla notizia della capitolazione italiana che, da un’ora all’altra, e sugli stessi fronti tedeschi, alterò i connotati del soldato italiano.

Sotto lo stimolo e l’urgenza di sbarazzarsi di un nemico potenziale, la Wehrmacht avviò, senza nessuna discriminazione, immensi convogli dei miei compatrioti e li serrò in campi desolati (Stammlager o Arbeitslager) con la denominazione di truppe di Badoglio o Badoglioten il che era inesatto in quanto il Governo Regio, come lo stesso Badoglio ebbe ad affermare, aveva calcolato su un « sacrificio ›› di cinquecentomila uomini, mentre in Germania ne giunsero molti di più ed essi non ebbero dal predetto Maresciallo altro viatico che il mostruoso abbandono alla vendetta tedesca.

Questi soldati italiani li ho visti coi miei occhi e assicuro che anche se avessi avuto un’ombra di esitazione a seguire
Mussolini, essa sarebbe caduta di fronte all’impegno comandato da quello spettacolo.

La mia prima reazione, giungendo a Berlino, e per evitare il palese aggravarsi di quella situazione, fu di proporre al Governo tedesco che a quei soldati fosse, immediatamente, concesso l’onore di combattere nuovamente, restituendoli così alla dignità ma anche al trattamento di soldati.

Se questo mio passo ebbe, subito, l’approvazione di Mussolini, naufrago di fronte a due realtà: la prima consisteva nella circostanza che la maggioranza dei soldati italiani, esacerbata dalle condizioni in cui era avvenuta la cattura, turbata dall’ordine di capitolazione firmato dal Re, all’oscuro delle condizioni delle famiglie in Italia, presaga ed anche convinta della sconfitta tedesca, non intendeva più riprendere le armi; la seconda si riferiva al fatto che
i tedeschi, al corrente di questo stato d’animo, intenti a riparare i danni prodotti dal voltafaccia italiano e a meditarne ancora le vendette, respingevano la possibilità di allineare nuovamente, sulle antiche posizioni, gli stessi ex-
alleati che non avevano ancora finito, e con i mezzi più diversi cd oscuri, di catturare.

Fu lasciata perciò aperta la possibilità di far riprendere il combattimento ad elementi volontari italiani tratti dalla massa degli internati – possibilità, anche questa, che per le ragioni dianzi accennate era osteggiata da diverse categorie della Wehrmacht – e già nell’ottobre del 1943, pur continuando a contribuire alla ricostituzione di un’organizzazione militare italiana, solo strumento idoneo ad accreditare le nostre buone volontà, riuscii ad ottenere dalla Wilhelmstrasse, (nota: fino al 1945, era considerato come il centro del governo, prima sotto il Regno di Prussia, poi con il Reich tedesco, ospitando la Cancelleria e il Ministero degli Affari Esteri) da un Ribbentrop cioè più imprendibile che mai, un atto bilaterale che riconoscendo alla mia Ambasciata la qualità e facoltà di Potenza protettrice (Schutzmacht) creava un Servizio Assistenza Internati (S.A.I. – Italienische Militär und Zivil-Internierten-Betreuungsdienst- stelle) cui era ammesso il diritto di assistere i soldati caduti prigionieri della Wehrmacht in Italia o nei paesi controllati ed occupati di tedeschi.

Il personale del S.A.I. venne tratto dagli stessi campi di concentramento dove i tedeschi avevano convogliato le truppe italiane disarmate, ed era in massima parte composto di ufficiali che, come Marcello Vaccari, Primo dirigente del S.A.I., e Armando Foppiani che fu il secondo, mi si erano offerti volontari.

Sono costretto a contenere adeguandola alla natura di questo libro, la vasta documentazione concernente l’attività di quest’organismo che lavorò, durante venti mesi, in una Germania che la guerra sfigurava al fisico e al morale sino a renderla irriconoscibile, per assistere una moltitudine di italiani che spesso non poté essere raggiunta; di frequente mostro una giustificabile diffidenza verso i rappresentanti di un nuovo Governo, per giunta repubblicano, considerate alla mercè dei suoi carcerieri e persino – come mi è avvenuto personalmente – non simulò verso di noi, specie nei campi di ufficiali, un’ostilità che fu la nostra principale amarezza e la sola ricompensa.

La mia missione in Germania e innestata alle vicendedi questo S.A.l. che, perseguitato come me dai bombardamenti, trasportava uffici e schedari dalla superficie al sottosuolo, quando non perdeva gli uni e gli altri.

I tedeschi diedero ai prigionieri italiani il nome di I.M.I. che voleva dire Internati Militari Italiani per non chiamarli prigionieri di guerra (Kriegsgefangene)

il che li avrebbe messi in contatto con la Croce Rossa Internazionale rappresentata, nei riguardi italiani, da una delegazione del Governo di Badoglio che il Governo del Reich non riconosceva. Venne cosi conferita  agli I.MI. la straordinaria personalità di prigionieri di guerra e cittadini di una Potenza
alleata e cioè mezzo Badoglio e mezzo Mussolini.

Contro questa che era la prima delle assurdità e contro le crescenti difficoltà frapposte da centinaia di autorità periferiche (Partei – Wehrmacht – Staatspolizei – S.S.) per far giungere agli internati i pacchi viveri per i quali Mussolini stanzio miliardi; (nota: d verificare) per evitare che la loro esistenza fosse minacciata dai maltrattamenti e dalla durezza della vita dei campi – e purtroppo in molti casi non arrivammo o giungemmo troppo tardi! – iniziai con Ribbentrop, e quando potei condussi con lo stesso Hitler dal quale provocai ordini specifici alle autorità preposte ai campi, una giostra di note, raccomandazioni e proteste orali (e pertanto scritte) delle quali devono ben essere rimaste le tracce, se è vero che si e potuto anche ricostruire la storia delle genti Summerie e di cui mi permetto di consigliare la lettura a
tutti i miei colleghi che fuggirono verso il Sud e il cui solo titolo di gloria e di averci abbandonati con Mussolini.

Apprenderanno che urlammo contro i tedeschi molto più noi, traditori, stando a Berlino o sul Garcia, che loro a Bari o a Roma, sotto la protezione dei vincitori.

E se trovammo tedeschi ostili o a metà presenti, come Ribbentrop, ci imbattemmo anche in tedeschi che, superando l’astio delle << categorie », ci vennero incontro comprendendo la tragedia della nostra gente e cercando di alleviarla.

Che dire di quelle povere donnette berlinesi che sottraevano una modesta parte della loro modestissima razione quotidiana per deporla, anonimamente, al passaggio dei nostri prigionieri? Che dire di quei civili, anch’essi anonimi, che lanciavan loro qualche sigaretta dalle case diroccate? Che dire di quei funzionari dell’Auswärtiges, Amt, come Steen-gracht, Dorntenbach o Erdmannsdorf, che si torcevan le mani di rabbia per la loro incapacità ad opporre un pronto rimedio a quanto io raccontavo loro sulle  sofferenze degli italiani negli Stammlager?

Se ci è facile o pittoresco discorrere del furore teutonico è, anche, per tanti motivi, e non tutti letterari, più difficile intrattenersi dell’umanità della gente germanica.

Non solo posso testimoniare, ma vorrei che i soldati italiani, oltre a ricordare quanto hanno sofferto in Germania – e ripeto che fu molto ed a tanti costò la vitta -! – rammemorino anche l’umile e coraggiosa bontà che vi hanno incontrato.

Non costa nulla e non fa male a nessuno. Direi, anzi, che  il ricordarlo può aiutarci a sopportare il mondo di oggi. […]

[Immagine: fonte Il Giornale disegnatore Darius]
[Link Articolo: de Il Giornale]

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