L’8 settembre visto da Enrico Caviglia e dagli italiani [Parte Seconda]

Premessa: comincia una serie di appuntamenti editoriali in cui introduco alcune selezioni di testo tratti dalle memorie e dal diario di Enrico Caviglia.

  • Parte Seconda

[…] Il mattino dopo, 9 settembre, alle 4 fui chiamato al telefono dal generale Campanari. Egli mi disse che si trovava al Quirinale, che non vi era nessuno, nemmeno la guardia, nemmeno i carabinieri, solo i portieri. Egli pareva impressionato, perché sapeva che anche al Ministero della guerra e ai vari comandi non c’era nessuno.

« Mi aspetti in piazza del Quirinale ». « Dovrò aspettare molto? ». « Dieci minuti, il tempo di scendere da Monte Mario ».

In auto notai per la strada soldati isolati carichi di sacchi, di casse, di scatole. I tranvai funzionavano regolarmente e i metropolitani regolavano il traffico. Nessun carabiniere. Si sentivano rumori di combattimento a sud di Roma, qual- che colpo isolato in altre direzioni,

La piazza del Quirinale ed il palazzo, senza sentinelle, parevano deserti, come abbandonati.

Raccolsi il generale Campanari e andammo alla Pilotta. Brusio e formicolio di piantoni, autisti e sottufficiali. Il portone era chiuso, ma si aprì per lasciarci passare e tosto si richiuse. Dentro brusio e formicolio come esternamente. Vi trovai il generale Sogno in abiti civili.

Egli era di passaggio per Roma, diretto in Albania dove era stato destinato al comando di un corpo d’armata, ed era venuto al Comando supremo per ricevere ordini. Egli sapeva che il generale Barbieri, comandante del corpo di armata di Roma, non era al suo ufficio, perché al suo posto era stato nominato il giorno prima il generale Carboni.

Questi aveva avuto anche il comando di un corpo d’armata mobile, composto dalle divisioni Granatieri, Piave, Centauro, Ariete, per la difesa di Roma.

Non si sapeva dove fosse Carboni. Pregai Sogno di telefonare a Barbieri di venire al suo posto.

Pareva che tutto fosse stato disposto per squinternare in Roma le relazioni di comando. Nessuno teneva in mano le file della situazione e bisognava andare a cercarle una dopo l’altra un po’ alla ventura.

Ci si diresse in auto verso palazzo Baracchini, sede del capo di stato maggiore dell’esercito.

Sogno era già stato al ministero ed al Comando supremo e non vi aveva trovato nessun generale. Aveva sentito dire che la legione dei carabinieri e la legione allievi erano state sciolte, e ai militari, messi in libertà, si era permesso di spogliare i magazzini.

Analogamente avevano fatto i vari corpi del presidio. Dissi a Sogno: « Bisognerà ordinare a Barbieri di richiamare tutti — comandi, ufficiali, truppa — al loro posto; ci vorranno almeno tre giorni e ci riuscirà solo parzialmente.

Ma, se non altro, le truppe non provocheranno disordini, come potrebbe accadere se le lasciassimo abbandonate a se stesse ».

Durante il tragitto Sogno e Campanari mi dissero che le Loro Maestà avevano passato la notte al Ministero della guerra, e che il principe di Piemonte vi era arrivato verso la mezzanotte. Al mattino per tempo tutti erano partiti in auto per la via di Ortona, che era libera. A Ortona dovevano trovare una nave su cui imbarcarsi. Badoglio ed il Comando supremo avevano seguito i Sovrani.

Questa notizia mi rattristò, e dissi : « Se fossi stato presente, non avrei lasciato partire il Re. Milioni di uomini hanno affrontato la morte gridando « Savoia » ; ora tocca al Re e a noi gridare « Savoia ».

Ma non mi sorprendo di nulla. Badoglio ha indotto il Re a tagliare la corda, così la responsabilità della propria fuga è diminuita, se non annullata, da quella del Re ».I miei compagni sapevano anche che Mussolini era prigioniero nell’albergo di Campo Imperatore sul Gran Sasso.In quel momento non potevo rappresentare bene alla mente la situazione militare che aveva imposto la fuga del Re, ma la ragione politica era chiara.

Anche a palazzo Baracchini, brusio di sottufficiali, piantoni, scritturali, autisti. Il passaggio ristabilì la calma. Il telefono aveva annunciato il mio arrivo. Il primo piano era deserto. Nell’ufficio del capo di stato maggiore dell’esercito vi era il ritratto a olio di Mussolini in grigioverde, opera mediocrissima, ricavata certo da fotografie. Forse era l’unico ritratto di Mussolini ancora esistente negli uffici di Roma.

Roatta gli si mostrava fedele.Mentre stavo per salire al secondo piano, incontrai un colonnello di stato maggiore con gli occhi rossi di pianto recente.Mi disse di essere stato nominato il giorno prima capo di Stato maggiore del corpo d’armata di Carboni, che non poteva trovare il suo generale né il suo comandante, che tutto era sconvolto e a soqquadro. Gli feci animo.

Mi informò che al piano superiore v’era il generale Solinas, comandante della divisione Granatieri di Sardegna. « Andiamo da lui », dissi.Presso a un tavolo, sul quale stava una carta del Lazio spiegata, con alcuni apparecchi telefonici vicini, trovai un giovane generale di media statura, bruno, occhi neri vivaci, il quale si presentò come comandante dei granatieri.

La sua divisione si trovava a sud di Roma, impegnata contro una divisione di paracadutisti tedeschi, i quali volevano entrare in città. I granatieri tenevano alcuni capisaldi, ma ne avevano già perduto uno. Dal suo modo di parlare si capiva che non era sicuro della resistenza dei granatieri per tutta la giornata.

« Ma lei perché non è con la sua divisione? ».
« Perché il mio comandante di corpo d’armata, generale Carboni, mi ha ordinato di restare qui ».
« Lei è in regola, e lui dov’è? ».
« Non lo so esattamente, forse a Velletri ».
« Ho visto per le vie di Roma e specialmente qui intorno a questo palazzo e al ministero carri armati, cannoni, mitragliatrici in posizione. Che ci fanno? ».
« Sono della difesa interna di Roma ». « Chi comanda la difesa interna di Roma? ».
« Il generale Di Giorgio, a palazzo Brancaccio ».
« Andiamo dal generale Di Giorgio ».

Lo sfacelo del presidio di Roma mi era già apparso evidente; rimaneva forse ancora qualche reparto di cavalleria disponibile. Mi venne il sospetto che qualcuno avesse dato l’ordine di scioglimento. Se in tutta Italia lo stesso ordine era arrivato, l’organizzazione militare italiana a quell’ora non doveva esistere più.

Bisognava conoscere la consistenza viveri per Roma e per le truppe, ed in mano di chi erano gli acquedotti.Fra queste preoccupazioni arrivai a palazzo Brancaccio.

Di Giorgio era a posto; buon soldato, onesto; disciplinato, fedele esecutore. Ebbi con lui un breve colloquio.

« Faccia subito ritirare tutti i cannoni, i carri armati, le mitragliatrici e tutte le truppe che sono sulle piazze e sulle strade per la difesa interna di Roma, li mandi a rinforzare i granatieri a sud di Roma, dove saranno più utili ».

L’ordine fu subito dato telefonicamente.

« Domandi, per favore, al governatore di Roma quale è la consistenza viveri della città ».

Risposero che avrebbero mandato a chiamare il capo dell’Ufficio annonario .

« Telefoni, per favore, al comando di corpo d’armata, per sapere se Barbieri è giunto in ufficio ».

Alla risposta affermativa, pregai Di Giorgio di ricevere i dati per i viveri di Roma, e di comunicarmeli all’ufficio di Barbieri.

Quando arrivai alla Pilotta, Barbieri stava ricevendo i dati della consistenza viveri della capitale. — Due giornate di verdura, tre di patate, di carbone, pane per otto giorni e oltre, senz’altra precisazione. —

« E le truppe come stanno a viveri? ».
« E’ difficile saperlo, perché i treni non arrivano e aspettiamo un treno viveri da Firenze ed uno da Grosseto ».

Nessun treno infatti arrivava più e le strade affluenti a Roma dalla campagna erano bloccate dai combattenti. Perciò non entravano più viveri nella città. Barbieri aveva appreso che molti comandanti di corpi e di reparti interni di Roma avevano sciolto i soldati e gli ufficiali dal servizio e permesso di spogliare i magazzini.

Egli però aveva già dato ordini di far rientrare gli ufficiali e le truppe al loro posto, di far raccogliere i soldati per le strade e perché si confezionasse il rancio. Per le vie di Roma la sorpresa e l’incertezza erano espresse da tutte le persone isolate o in gruppi, ferme o in cammino, curiose o imbarazzate. Andai al Ministero della guerra.

Vi era il ministro Sorice, il quale aveva fatto chiamare i funzionari ai loro uffici. Egli sbrigava facilmente tutte le difficoltà, avendo alla mano il funzionamento di tutti gli organi del ministero e dei vari comandi. Informò gli altri ministri di presentarsi.

Sorice mi pareva un po’ preoccupato per la sua sicurezza personale; ma lavorava tranquillamente e con grande facilità risolveva ogni difficoltà, assumendosi accanto a me le responsabilità inerenti ai numerosi problemi. Fu un prezioso collaboratore.

Anche il generale Sogno fu di grande aiuto, poiché prese il posto di capo di stato maggiore dell’esercito e cercò di raccogliere gli ufficiali, e di mettersi in collegamento con i comandi d’Armata.

Un mio comunicato alla stampa e alla radio annunciò che la città era tranquilla e che si trattava con le autorità tedesche. Avrei voluto comunicare direttamente col comando tedesco, con l’ambasciata, ma erano fuori di Roma e ostili. Il combattimento a sud di Roma continuava, ma i nostri andavano perdendo terreno.

Cercai di mettermi in comunicazione con il Re. Sorice mi disse che si poteva farlo mediante il Ministero della marina, il quale sapeva dove si trovava la nave che doveva ospitare le Loro Maestà.

Telegrafai al Sovrano, che, trovandomi a Roma, lo pregavo di autorizzarmi ad assumere il governo, in attesa che la situazione permettesse al titolare capo del governo di rientrare nella capitale. Il mio telegramma rimase senza risposta.

Pensai che fosse stato intercettato da altri (1). Alla sera, stanco, ritornai a Monte Mario dopo il tramonto, e dopo una sommaria toeletta andai a pranzo dagli ospitali amici Miani e fui grato alla gentile padrona di casa del conforto riposante elargitomi, parlando di cose estranee al lavoro di quel giorno.

Nella notte pensai alla situazione militare di debolezza creata da Badoglio, in contrasto con la avventata azione politica di capitolazione dell’Italia agli alleati.

Vi erano tre o quattro milioni di uomini sotto le armi e il governo non poteva disporre intorno a Roma e in Italia delle forze necessarie per opporsi alle divisioni tedesche. I nostri soldati erano disseminati in tutta l’Italia e nelle isole, a sorvegliare diecimila chilometri di costa, nonché strade, ferrovie, ponti, gallerie.

Da anni si trovavano sparpagliati in piccoli drappelli dappertutto ed avevano perso ormai ogni nozione della disciplina collettiva e dell’organizzazione. Per poter ricostruire battaglioni, reggimenti, divisioni e dar loro un’anima pronta alla lotta, occorrevano mesi di lavoro intenso.

(1) Il telegramma del maresciallo Caviglia giunse regolarmente a destinazione. Il Re per il tramite della radio dell’incrociatore « Scipione » rispose autorizzando. Il dispaccio, che trovasi riportato nel destinazione. Il Re per il tramite della radio dell’incrociatore « Scipione » al maresciallo Caviglia. […]

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