L’8 settembre visto da Enrico Caviglia e dagli italiani [Parte Prima]

Premessa: comincia una serie di appuntamenti editoriali in cui introduco alcune selezioni di testo tratti dalle memorie e dal diario di Enrico Caviglia.

E’ stato un generale e politico italiano, maresciallo d’Italia per le imprese della prima guerra mondiale. Era un uomo tutto d’un pezzo, obiettivo e oggi si direbbe, in controtendenza. Ho raccolto alcune sue citazioni, per darne un’idea più sostanziale ai concetti espressi.

Prima Guerra Mondiale:

[…] “La prima luce dell’alba inargentava lo specchio d’acqua del fiume… Mi ero avvicinato alla vedetta: Niente di nuovo? — Niente di nuovo. — Che cosa ne pensi di questa situazione? — È una vergogna. Noi dovremmo essere sull’Isonzo. Voi vecchi non avete fatto il vostro dovere! — Mi aveva preso per un suo compagno più anziano. Feci un rapido esame di coscienza, per assicurarmi di aver fatto quanto dovevo, e mi sentii tranquillo: addolorato, ma con la coscienza sicura. — Io sono il tuo comandante di Corpo d’Armata, e posso assicurarti che ho fatto il mio dovere, e che, come sempre, posso tener alta la testa e il muso duro. Tuttavia ciò che mi hai detto mi ha fatto piacere. Sta di buon animo: non passerà un anno che noi ritorneremo sull’Isonzo. Di che classe sei? — Del ’99. — Di che paese? — Di Brescia. — Buon giorno, piccolo.” […] (nota: Caviglia era nato il 4 maggio 1862, stava parlando ad un “ragazzo del ’99“)

Roma occupaSeconda Guerra Mondiale

Celebri le parole usate da Caviglia a colloquio col feldmaresciallo tedesco (Albert Kesselring), il 13 settembre 1943:

[…]“Voi vedete com’è ridotta l’Italia: come Cristo alla colonna. Su di essa tutti possono sputare o schiaffeggiarla e batterla”. […]

A proposito di Badoglio, cui non aveva molta stima personale scrisse nel suo diario il 26 maggio 1925:

[…] “In fondo gli italiani sono dei grandi burloni: e in questo hanno ragione i tedeschi. […] e segue qualche capoverso più in là, […]Oggi tutti restano silenziosi davanti alla nomina di Badoglio a capo di Stato Maggiore dell’Esercito, con l’incarico di organizzare la difesa della nazione. Nulla di più burlesco che preporre alla difesa della Nazione l’eroe di Caporetto, il quale, essendo stato sfondato il suo corpo di armata, fuggì abbandonando prima tre divisioni, poi ancora una quarta, e portò il panico nelle retrovie. La sua fuga, indipendentemente dalla sconfitta, causò la perdita di quarantamila soldati italiani fra morti, feriti e prigionieri, da lui abbandonati il 24 ottobre 1917 al di là dell’Isonzo. Tutti lo sanno e fanno finta di non saperlo. Che cosa debbono pensare gli ufficiali italiani che lo hanno visto fuggire o quelli che ne hanno sentito parlare? Essi non possono che diventare scettici sull’onor militare, sulla giustizia militare, sulle leggi militari, sulla serietà del governo e della Dinastia” […]

Il suo diario, da cui traggo alcuni riferimenti per il settembre del ’43, è un’autopsia postuma alla storia vissuta giorno per giorno dal testimone diretto degli avvenimenti. Pur conservandone integralmente il suo parere di parte, per mia obiettività ed imparzialità ne cito le parti, e rappresenta uno spaccato storicamente interessante e aiuta nella comprensione dei fatti nella sua globalità.

  • Dal diario personale di Caviglia:

8-13 settembre 1943 […] Il mattino dell’8 settembre 1943 arrivai a Roma in treno per alcuni affari miei privati. […] […] il colpo di stato del 25 luglio. Fu una grave sciagura per l’Italia. Indipendentemente dal valore dubbio dell’uomo che assumeva il governo al posto di Mussolini, i cambiamenti di regime per una nazione impegnata in una lunga guerra sono sempre pericolosi. Una crisi di regime, come quella provocata da Badoglio, sconvolge l’organizzazione statale; il principio di autorità è demolito, gli istituti governativi si trovano in crisi; la loro attività cessa, oppure è disordinata e squilibrata. […] Conoscevo Badoglio, (non avevo predetto a Mussolini quindici anni prima: “Faccia attenzione, se lei avrà un momento di debolezza, Badoglio la tradirà”?) Sapevo che le cose non andavano bene, e prevedevo che presto avrebbe tagliato al corda; sentivo che il momento era vicino. perciò appena sceso alla stazione di Roma, dissi al Generale Campanari di chiedere udienza al Sovrano, per presentarmi i miei ossequi. L’udienza fu domandata. e il Re fece rispondere: “se è una cosa urgente, riceverò il maresciallo Caviglia questo pomeriggio; se non è urgente, domani mattina”. La cosa non era urgente, e l’udienza fu rimandata al 9 mattina. Alla sera dell’8, verso le 20, arrivai nella villa dei conti Miani su Monte Mario, di fronte al marabutto dove abitavo io. Ero invitato a pranzo. Mentre con la gentile e graziosa contessa, venutami incontro, mi avvicinavo al salotto, dove già era suo marito, sentivo alla radio la voce di Badoglio, che parlava di un armistizio concluso con gli anglo-americani e terminava esortando le forze armate a non attaccare più gli alleati, ma a difendersi da attacchi provenienti da altre direzioni. Il comunicato di Badoglio, riprodotto da un disco, era reticente. Infatti si sentì, subito dopo, l’inno inglese, e la radio Londra comunicò che l’Italia aveva fatto una resa a discrezione. Altro che armistizio, questa è una vera capitolazione. […] […] Ma i tedeschi cosa faranno? […] […] Mi congedai dai miei ospiti e ragionando fra me e me su questa situazione me ne andai al mio “marabutto” e mi coricai. […] […] immagino che i mezzi per la fuga fossero già pronti. Forse ha tagliato la corda a quest’ora. L’aver fatto parlare un disco potrebbe essere un’indizio. Ma il Re e il Comando supremo rimarranno al loro posto. E con questi pensieri mi addormentai. Il mattino dopo, 9 settembre, alle 9 fui chiamato al telefono dal Generale Campanari. Egli mi disse che si trovava al Quirinale, che non vi era nessuno, nemmeno la guardia, nemmeno i Carabinieri, solo i portieri. Egli mi pareva impressionato, perché sapeva che anche al Ministero della guerra e ai vari comandi non c’era nessuno. […]

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